.
Annunci online

7 giugno 2009
Ne sono morti daccero sei milioni?

Richard E. Harwood


Ne sono morti davvero sei milioni ?


CASA EDITRICE DELL’ AAARGH

Internet 2005


Prima publicazione : Auschwitz o della Soluzione finale. Storia di une leggenda.

Le Rune, 1978.

Tradotto dalla seconda edizione britannica : Did Six Million Really Die ? 1974.

Seconda edizione, a Genova, 2000 : Ne sono morti davvero sei milioni? : breve

introduzione al revisionismo olocaustico / Richard Harwood .1a. ed. italiana

integrale. Genova : Effepi, 2000 (stampa 2003), 134 p. BNI 2004-10406.

— 3 —

INTRODUZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE ITALIANA

Questo fortunato studio di Richard Harwood abbraccia in una felice sintesi

la sterminata letteratura riguardante la complessa questione della cosiddetta

"Soluzione Finale”, che si è preteso di interpretare come sinonimo di piano di

sterminio del popolo ebraico.

Con una brillante e stringata argomentazione, condotta sulla base di un

obiettivo esame critico delle fonti, Harwood fa crollare il colossale castello di

menzogne, che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale hanno costruito per

meglio annientarci e asservirci.

La perfezione dei sistemi di suggestione, la stupidità delle masse e il

pressochè totale controllo dei mezzi di informazione, hanno permesso ai

vincitori di far accettare come fatti certi e documentati le più assurde ed

infondate menzogne.

Il lettore aperto alla verità, leggendo questo scritto, constaterà sbalordito e

turbato che “il mondo libero” non è meno intollerante e terrorista del mondo

“non libero”, quando si tratta di censurare o di manipolare certe informazioni. E

apprenderà così, che non esiste una sola prova, un solo testimone che

permettano di verificare l’esistenza delle leggendarie “camere a gas”; e che

statistici, anche di parte ebraica, fissano il numero di Ebrei morti durante la

Seconda Guerra Mondiale al di sotto del mezzo milione. Indicano cioè cifre, che

nel bilancio tragico di una guerra come quella del 1939-45, non autorizzano a

parlare di un piano di sterminio del popolo ebraico né quindi di campi di sterminio.

Al termine della rigorosa disamina, l’Autore giunge legittimamente alla

conclusione che i Lager tedeschi nel e del periodo bellico altro non erano che

luoghi destinati all’internamento di cittadini di un paese nemico (il 5 settembre

1939, l’ebraismo internazionale aveva infatti dichiarato ufficialmente guerra al

III Reich, per bocca del suo massimo rappresentante Chaim Weitzmann,

ponendo così agli Ebrei nella condizione appunto di cittadini di un paese

nemico), creati per motivi di sicurezza e attrezzati in modo da permettere

l’utilizzazione di una mano d’opera, che rimpiazzava in qualche modo quella

tedesca, in sempre crescente misura impiegata al fronte.

Negli ultimi mesi di guerra, in alcuni di questi campi, come per esempio

Bergen-Belsen, sia per la carenza di viveri e di mediciali (dovuta alla distruzione

del sistema di comunicazioni stradali e ferroviarie, provocata da apocalittici

bombardamenti alleati), sia per le epidemie di tifo (provocate dalla caotica ed

improvvisa evacuazione dei Lager dell’Est di fronte all’avanzata dell’Armata

Rossa), le condizioni di vita nei Lager peggiorarono e il tasso di mortalità degli

internati salì tragicamente.

Ora – a parte il fatto che la II Guerra Mondiale fu una guerra voluta e

preparata dagli Ebrei, fu anzi la loro guerra – è più che comprensibile che essi

piangano i loro morti; ma non è né giusto né tollerabile ch essi, accecati da loro

fanatismo razzista, credano di avere il diritto di contraffare la realtà storica dei

fatti e favoleggino di camere a gas e di piani di sterminio e moltiplichino per

dieci o per venti le loro effettive perdite per trarne immensi vantaggi finanziari e

politici.

— 4 —

Non è giusto né tollerabile, perché ciò significa non solo misconoscere, ma

anche e soprattutto, offendere – ignorandoli – gli immani e autentici lutti e le

inerrabili sofferenze dei popoli europei di razza ariana.

I quali non sono poi, tutto sommato, così stupidi come taluni credono; e,

alla lunga, neanche tanto pazienti.

NOTA EDITORIALE

Ad memorian del cam. Armando Arena, che, ancor alla vigilia della sua tragica

scomparsa, questa edizione sostenne.

Ristretta è la cerchia di coloro che hanno voluto e saputo resistere sia alla

lusinghe dell’opportunismo, sia al terrorismo delle istituzioni antifasciste, sia

alle suggestioni della propaganda del nemico stravincente. Ma è tempo ormai

che la massa del pubblico cominci a capire la natura e la funzione di tale propaganda.

La nostra casa editrice, che già fece conoscere agli Italiani Paul Rassinier,

presentando ora questo studio di Richard Harwood, scrittore e docente di storia

politica e diplomatica della Seconda Guerra Mondiale presso l’Università di

Londra, prosegue nella sua opera di demistificazione e illuminazione.

Non è un compito facile: la storia ce lo insegna.

Senza voler andare troppo lontano e ricordare le leggende di orrori create

prima e durante la rivoluzione francese per aizzare le plebi contro l’aristocrazia,

o i liberali contro Napoleone diffusi dall’Inghilterra all’epoca della lotta

ventennale, basterebbe rifarci alla propaganda antitedesca al tempo della Prima

Guerra Mondiale per capire come sia facile rendere credibili le più assurde

menzogne. Allora le masse sciocche credettero a lungo ai bambini belgi con le

mani mozzate, ai bagni di sangue del Kronprinz, ai delitti ordinati da

Hinderburg, alla fabbricazione di sapone con i corpi dei soldati caduti, ecc.

Ora, il problema che oggi si pone è di sapere quanto tempo occorra, questa

volta, perché la verità confonda i mercanti di menzogna e faccia finalmente opera

di giustizia. Le difficoltà di quest’opera di demistificazione sorgono da una

realtà inquietante.

La leggenda-tabù dello sterminio di Sei Milioni di Ebrei ha infatti la

funzione di velare e “legittimare” i misfatti e le pretese di dominio di certo

temutissimo sionismo, che in sempre crescente misura è in grado di

condizionare in modo più o meno diretto, più o meno occulto gli organi di

informazione e di controllo. (Chè, se così non fosse, non si capirebbe quale sia il

meccanismo che ha sempre impedito alla “coscienza universale” di ricordare il

preteso sterminio di 300.000 Zingari ad Auschwitz, i quali dovrebbero dunque

aver subito una perdita di vite umane in proporzione superiore a quella,

propagandata, degli Ebrei.)

A conferma di questa realtà per noi umiliante e provocatoria,

sottoponiamo al lettore due notizie recenti (le quali ci hanno stimolato a

preparare questa edizione italiana).

La prima riguarda un recente filmone televisivo americano, della durata

complessiva di nove ore, che ripropone come verità storica la leggenda di

— 5 —

Auschwitz, ignorando farisaicamente le recenti autorevoli demistificazioni della

leggenda dei campi di “sterminio” e delle “camere a gas”.

Questo filmone, il cui titolo è Olocausto, comparirà nel prossimo autunno

anche sui teleschermi europei. La manipolazione in Olocausto è così evidente e

per gli effetti di suggestione così grossolani, che perfino noti studiosi ebrei

hanno preso posizione contro questo film, definendolo “infame e falso” e

“probabilmente anche controproducente”.

La seconda notizia l’abbiamo trovata nel Chicago Sun Times del 25 ottobre

1977, che una persona amica credette opportuno sottoporre alla nostra

attenzione. A pag. 27 del giornale citato, un lungo articolo riferisce

particolareggiatamente di una conferenza tenutasi il 23 ottobre 1977 presso la

Northwestern University di Chicago sul tema “Il popolo ebreo nel periodo

successivo allo sterminio”.

Tra i partecipanti spiccavano i nomi dei professori Yehuda Bauer e Moshe

David dell’Istituto di Ebraismo Contemporaneo della Hebrew University e del

Dr. Victor Rosenblum della Northwestern University.

Sconcertanti le dichiarazioni di questi professori. Davis e Bauer si dissero

preoccupati per il fatto che il senso di colpa di fronte allo sterminio di 6 milioni

di Ebrei si sta affievolendo, anche a causa di opere storiche che contestano la

veridicità e la autenticità di tutti quei documenti che dovrebbero provare lo

sterminio sistematico (soluzione finale) degli Ebrei.

Davis disse testualmente:

“Non si può fare affidamento sulla memoria, che non il tempo si

affievolisce. Lo sterminio di 6 milioni di Ebrei deve diventare una convinzione.

Deve essere inserito nei programmi scolastici di tutti i paesi della civilizzazione

occidentale. Bisogna agire sulla memoria collettiva. Questo è un lavoro

difficilissimo. Deve diventare un riflesso…”.

Tali due notizie ci mettono brutualmente di fronte alla realtà della guerra

psicologica e della persuasione occulta, fenomeni questi intanto pericolosi e

insopportabili in quanto determinati in ultima analisi da forze estranee

Schrenck-Notzing, Il lavaggio del Carattere, ed. Il Borghese, Milano).

Tuttavia, la situazione di coloro che si battono per la verità è, sì, difficile –

quando non anche pericolosa – ma non disperata.

In questi ultimi anni si sono infatti moltiplicati i casi di scienziati, quali

per esempio l’americano Arthur R. Butz e l’inglese Irving, che con opere

rigorosamente scientifiche, ancorchè sistematicamente ignorate, hanno

dimostrato quanto meno la non scientificità delle note leggende di orrori nazisti.

Questo ci sprona e ci riconforta, perché siamo convinti che la buia notte

che da 33 anni grava sul mondo detto libero, può essere fugata solo dal trionfo

della verità.

Ed è per essa che noi ci battiamo: perché il mondo l’aspetta, perché i

nostri MORTI lo esigono.

Questo sia ricordato ai nostri amici.

Ai sionisti, quelli cattivi (perché pare esistano anche quelli buoni),

vogliamo far giungere un ammonimento, citando uno scritto di Benito

Mussolini, apparso su Il Popolo d’Italia del 31 dicembre 1936. Eccolo:

“La gente distratta o che finge d’esserlo, si domanda come fa a nascere

l’antisemitismo (…) La risposta è semplicissima: l’antisemitismo è inevitabile

laddove il semitismo esagera con la sua esibizione, la sua invadenza e quindi la

— 6 —

sua prepotenza. (…) L’annunciatore e il giustificatore dell’antisemitismo è

sempre dunque uno solo: l’ebreo. Quando esagera e lo fa sovente.”

Questo fortunato studio di Richard Harwood abbraccia in una felice sintesi

la sterminata letteratura riguardante la complessa questione della cosiddetta

Soluzione Finale, che si è preteso di interpretare come sinonimo di piano di

sterminio del popolo ebraico.

Con una brillante e stringata argomentazione, condotta sulla base di un

obiettivo esame critico delle fonti, Harwood fa crollare il colossale castello di

menzogne, che i vincitori della Seconda Guerra Mondiale hanno costruito per

meglio annientarci e asservirci.

La perfezione dei sistemi di suggestione, la stupidità delle masse e il

pressochè totale controllo dei mezzi di informazione hanno permesso ai

vincitori di far accettare come fatti certi e documentati le più assurde e

infondate menzogne.

Il lettore aperto alla verità, leggendo questo scritto, constaterà sbalordito e

turbato che “il mondo libero” non è meno intollerante e terrorista del mondo

“non libero”, quando si trata di censurare o di manipolare certe informazioni. E

apprenderà così, che non esiste una solo prova, un solo testimone che

permettano di verificare l’esistenza delle leggendarie “camere a gas”; e che

statistici, anche di parte ebraica, fissano il numero di Ebrei morti durante la

Seconda Guerra Mondiale al di sotto del mezzo milione. Indicano cioè cifre che,

nel bilancio tragico di una guerra come quella del 1939-45, non autorizzano a

parlare di un piano di sterminio del popolo ebraico né quindi di campi di sterminio.

Al termine della sua rigorosa disamina, l’Autore giunge legittimamente alla

conclusione che i Lager tedeschi nel e del periodo bellico altro non erano che

luoghi destinati all’internamento di cittadini di un paese nemico (il 5 settembre

1939, l’ebraismo internazionale aveva infatti dichiarato ufficialmente guerra al

III Reich, per bocca del suo massimo rappresentante Chaim Weitzmann,

ponendo così gli Ebrei nella condizione appunto di cittadini di un paese

nemico), creati per motivi di sicurezza e attrezzati in modo da permettere

l’utilizzazione di una mano d’opera, che rimpiazza in qualche modo quella

tedesca, in sempre crescente misura impiegata al fronte.

Negli ultimi mesi di guerra, in alcuni di questi campi, come per esempio

Bergen-Belsen, sia per la carenza di viveri e di mediciali (dovuta alla distruzione

del sistema di comunicazioni stradali e ferroviarie provoca da apocalittici

bombardamenti alleati), sia per le epidemie di tifo (provocate dalla caotica ed

improvvisata evacuazione dei Lager dell’Est di fronte all’avanzata dell’Armata

Rossa), le condizioni di vita nei Lager peggiorarono e il tasso di mortalità degli

internati salì tragicamente.

Ora – a parte il fatto che la II Guerra Mondiale fu una guerra voluta e

preparata dagli Ebrei, fu anzi la loro guerra – è più che comprensibile che essi

piangano i loro morti; ma non è né giusto né tollerabile che essi, accecati dal

loro fanatismo razzista, credano di avere il diritto di contraffare la realtà storica

dei fatti e favoleggino di camere a gas e di piano di sterminio e moltiplichino per

dieci o per venti le loro effettive perdite per trarne immensi vantaggi finanziari e

politici.

— 7 —

Non è giusto né tollerabile, perché ciò significa non solo misconoscere, ma,

anche e soprattutto, offendere – ingnorandoli – gli immani e autentici lutti e le

inenarrabili sofferenze dei popoli europei di razza ariana.

I quali non sono poi, tutto sommato, così stupidi come taluni credono; e,

alla lunga, neanche tanto pazienti.

Berlino, 30 aprile 1978

Prof. Dr. A. D. Monaco

http://www.msifiammatric.vr.it/Documenti%2FAUSCHWITZ1.htm

— 8 —

INTRODUZIONE ALL’EDIZIONE EFFEPI

Alcuni ritengono quest'opera alquanto datata e talvolta imperfetta.

Consapevoli di questi giudizi abbiamo riflettuto a lungo sull'opportunità di

riproporla al lettore italiano.

La decisione, com'è facile arguire, è stata favorevole alla pubblicazione.

Alcune sbavature non inficiano un lavoro, come quello di Harwood,

apprezzabile per mille altre ragioni. Si tratta, infatti, di un'opera estremamente

leggibile, sintetica, che affronta, con spirito vivace e polemico, il tema

dell'olocausto e le sue molteplici implicazioni. Oggi esistono, innegabilmente,

molti studi più accurati sul piano delle fonti e più aggiornati.

Come non pensare, per rimanere in Italia, alle opere di Carlo Mattogno,

impeccabili e scientificamente ineccepibili, o ai contributi estremamente

interessanti forniti dall'ing. Deana o agli scritti di Cesare Saletta, coinvolgenti e

pervasi da una graffiante vena polemica mai disgiunta da una cultura a tutta

prova?

Il merito di Harwood è stato, ed è, quello di aver saputo offrire un quadro

d'insieme, una panoramica a 360 gradi del pianeta Revisionismo. Abbiamo

ritenuto utile inserire, in apertura, i giudizi di alcuni studiosi su questa breve

esposizione ed in chiusura una serie di rilievi, talvolta motivati, spesso

pretestuosi, mossi da storici sterminazionisti; alcuni commenti di Faurisson,

Irving e Weber completano il quadro. [omessi] Dobbiamo questo contributo

allo sforzo e alla competenza di Ahmed Rami, scrittore, giornalista e fondatore

di Radio Islam, che pubblicamente ringraziamo. La presente edizione

comprende alcuni brani che, inspiegatamente, erano stati omessi nella

precedente versione italiana. Per concludere ci scusiamo con i lettori per aver

omesso alcune illustra- zioni citate nel testo, la qualità, non eccelsa, del

materiale non ci ha lasciato alternative.

L’EDITORE (EFFEPI)

http://www.effepiedizioni.com/pref-harwood.htm

— 9 —

INTRODUZIONE DELL'AUTORE

L'Autore pensa di avere raggiunto nei capitoli che seguono le prove

inconfutabili che il fatto di pretendere che durante la seconda guerra mondiale

siano morti sei milioni di Ebrei, vittime di un piano tedesco di sterminio,

costituisca un'accusa assolutamente priva di fondamento. A questa conclusione,

oggi certo molto scomoda, l'Autore è giunto, attraverso una ricerca condotta

senza pregiudizi, partendo sia dalla considerazione che un numero di perdite

così rilevante poteva certo giustificare qualche dubbio, sia dalla constatazione

che da questi presunti crimini furono tratti enormi vantaggi politici. Dopo un

attento studio del problema, sono oggi pienamente convinto, senza ombra di

dubbio, che lo sterminio di sei milioni di Ebrei, non solo è una esagerazione, ma

è una esagerazione della propaganda del dopoguerra. In realtà la propaganda

basata su leggende di atrocità non è una novità. La si ritrova in ogni conflitto del

XX secolo ed è certo che questo fenomeno si ripeterà anche in avvenire. Durante

la Prima Guerra Mondiale si arrivò ad accusare i Tedeschi di mangiare i

bambini belgi e di divertirsi a scagliarli in aria per poi infilzarli con la baionetta.

Gli Inglesi affermarono ugualmente che le truppe tedesche avevano creato

una "fabbrica per lo sfruttamento di cadaveri" dove facevano bollire i corpi dei

loro caduti per ricavarne glicerina e altre sostanze. Un'offesa all'onore

dell'armata imperiale! Dopo la guerra, tuttavia, gli Inglesi ritrattarono. Con una

dichiarazione alla House of Commons (camera dei deputati) il ministro degli

esteri inglese si scusò pubblicamente per l'offesa all'onore della Germania,

ammettendo che si era trattato di propaganda di guerra. Dopo la fine della

Seconda Guerra Mondiale non è stata fatta alcuna ammissione del genere. In

realtà, invece di attenuarsi, con il trascorrere degli anni, la propaganda basata

sulle atrocità commesse durante l'occupazione e soprattutto sul trattamento

riservato agli Ebrei non ha fatto che aumentare in virulenza, perfezionando

sempre più il suo catalogo di orrori. Edizioni economiche la cui lettura fa

rabbrividire, con illustrazioni raccapricciánti, continuano ad essere pubblicate e

ingigantiscono sempre più le favole sui campi di concentramento, spiegando che

in essi furono uccisi non meno di sei milioni di Ebrei. Nelle pagine che seguono

questa pretesa si rivelerà essere nient'altro che una colossale menzogna e la più

grossa manipolazione di tutti i tempi. Si tenterà di rispondere a una importante

domanda: da cosa dipende il fatto che i racconti di orrori della Seconda Guerra

Mondiale abbiano avuto un diverso sviluppo rispetto a quelli della Prima Guerra

Mondliale? Perché i racconti di orrori della Prima Guerra Mondiale vennero

ritrattati, mentre quelli della Seconda Guerra Mondiale continuano a essere

ripetuti, oggi più di ieri? È possibile che la storia dei Sei Milioni di Ebrei abbia

un fine politico? o sia addirittura una forma di ricatto politico? A1 popolo

ebraico una tale menzogna offre vantaggi incalcolabili. Ogni razza, ogni popolo

ha sofferto la sua parte di dolori durante la Seconda Guerra Mondiale, ma

nessuno li ha sfruttati con tale successo, ricavandone un così grande vantaggio.

Le presunte dimensioni della loro persecuzione fecero rapidamente aumentare

le simpatie per la causa della fondazione di uno stato nazionale ebraico, così a

lungo sospirato dagli Ebrei. Il governo britannico, che pure l'aveva dichiarata

illegale, fece ben poco dopo la guerra, per impedire l'emigrazione degli Ebrei in

— 10 —

Palestina, e non durò molto che i sionisti sottrassero la Palestina al controllo

britannico e fondarono il loro stato di Israele. Merita attenta considerazione il

fatto che il popolo ebraico sia uscito dalla Seconda Guerra Mondiale come una

minoranza trionfante. Il Dr. Max Nussbaum, già rabbino capo di Berlino,

dichiarò l'11 aprile 1953: "La posizione che il popolo ebreo oggi occupa nel

mondo nonostante le gravi perdite sofferte è dieci volte più forte di quanto non

lo fosse vent'anni fa." Avrebbe dovuto aggiungere, per onestà, che questa

potenza è stata raggiunta grazie ai finanziamenti ottenuti speculando sul

presunto massacro di sei milioni di Ebrei. Si tratta senza dubbio della più

redditizia simulazione di ogni tempo. Il governo di Bonn ha già sborsato a titolo

di riparazione l'incredibile somma di 36 miliardi di marchi, principalmente allo

Stato di Israele (che al tempo della Seconda Guerra Mondiale ancora non

esisteva), come anche individualmente ad Ebrei, che avevano preteso un

indennizzo.

Umiliazione del sentimento nazionale

Ma, per ciò che riguarda il ricatto politico, la pretesa che sei milioni di

Ebrei sarebbero morti durante la Seconda Guerra Mondiale, ha per il popolo

britannico e gli altri popoli europei delle implicazioni di portata ben più vasta di

quanto non siano grandi i vantaggi che ne ha saputo trarre il popolo ebraico. E

qui si viene al punto centrale della questione. Perché questa colossale

menzogna? Qual è il suo fine? In primo luogo essa viene utilizzata senza

scrupoli per scoraggiare ogni forma di patriottismo e di nazionalismo. Qualora il

popolo britannico o qualsiasi altro popolo europeo tentassero di comportarsi

patriotticamente o di difendere la loro integrità nazionale, in un'epoca in cui la

semplice sopravvivenza degli stati nazionali è in pericolo, simili tentativi

verrebbero bollati come neonazisti: il nazismo, infatti, era anche nazionalismo e

noi tutti sappiamo che cosa accadde allora: sei milioni di Ebrei furono

sterminati! Fintantoché durerà questa leggenda, tutti i popoli ne resteranno

schiavi. La necessità della tolleranza internazionale e della reciproca

comprensione ci verrà inculcata dall'ONU, fino a quando la stessa nazionalità,

unica garante della libertà e dell'indipendenza, sarà scomparsa. Un esempio

classico dell'impiego dei Sei Milioni come arma antinazionale si trova nel libro

di Manvell e Frankl "The incomparable Crime" (Londra 1967), che tratta del

"genocidio nel ventesimo secolo". Tutti gli Inglesi, che sono fieri di essere

Inglesi, saranno un poco sorpresi dal malevolo attacco all'Impero Britannico,

contenuto in questo libro. Gli Autori citano Pandit Nehru, che scrisse ciò che

segue, quando si trovava in una prigione inglese in India: "Da quando Hitler è

uscito dall'oscurità ed è diventato Fuhrer della Germania, abbiamo inteso

parlare molto di razzismo e della teoria nazista dell'Herrenvolk... Ma noi in

India conosciamo il razzismo, sotto tutte le forme, dall'inizio della dominazione

britannica. Alla base di questa dominazione stava l'ideologia dell'Herrenvolk e

della razza superiore... L'India come nazione e gli Indiani come individui

dovettero subire affronti, umiliazionì e disprezzo. Ci fu raccontato che gl'Inglesi

erano una razza imperiale, che possedeva il diritto, per grazia di Dio, di

governarci e di tenerci sotto la loro dipendenza. Se noi protestavamo, ci

ricordavano le " qualità della tigre di razza imperiale ". Gli autori ebrei Manvell

e Frankl ce lo dicono molto chiaramente, quando scrivono:"Le razze bianche

— 11 —

d'Europa e d'America si sono considerate per secoli come Herrenvolk. Il XX

secolo, il secolo di Auschwitz, ha compiuto il primo passo verso il

riconoscimento di una associazione plurirazziale" (ibid., pag. 14) .

Il problema razziale

Il fine di questa diatriba, con il tema insidioso de "l'associazione

plurirazziale", non potrebbe essere più chiaro. L'accusa di sterminio dei Sei

Milioni viene dunque usata non solamente per distruggere il principio di

nazionalità e l'orgoglio nazionale, ma minaccia anche la sopravvivenza della

razza medesima. Questa accusa viene lanciata sopra le nostre teste un po' come

nel medioevo la minaccia del fuoco eterno e di dannazione. Molti paesi

anglosassoni, particolarmente la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, sono esposti

oggi alla più grave minaccia di tutta la loro storia: la minaccia delle razze

straniere che si trovano nel loro seno. Se in Gran Bretagna non si farà niente per

arrestare l'immigrazione e l'assimilazione degli Africani e degli Asiatici nel

nostro paese, noi dovremo subire in un futuro prossimo non solo un sanguinoso

conflitto razziale, ma anche l'imbastardimento e la distruzione biologica del

popolo britannico, così come esso si presenta dalla venuta dei Sassoni. In una

parola, noi rischiamo la perdita irreparabile della nostra cultura europea e della

nostra eredità razziale. Ma che cosa succede, quando qualcuno osa parlare del

problema razziale, delle sue implicazioni biologiche e politiche? Gli si applica il

marchio d'infamia della creatura più abominevole: un razzista. E come tutti

sanno: razzismo = nazismo, è evidente! I nazisti hanno assassinato (in ogni

caso, questo è ciò che ci raccontano) Sei Milioni di Ebrei in nome del razzismo,

dunque deve trattarsi di una cosa molto cattiva. Quando Enoch Powell in uno

dei suoi primi discorsi attirò l'attenzione sul pericolo rappresentato

dall'immigrazione in Gran Bretagna di gente di colore, un eminente socialista

per farlo tacere evocò lo spettro di Dachau e di Auschwitz. In questo modo si

scoraggia con successo ogni discussione sensata dei problemi razziali e dei

provvedimenti da prendere per conservare l'integrità razziale. Non si può non

ammirare il rigore con cui gli Ebrei sono riusciti nel corso di molti secoli a

conservare la loro razza e con cui continuano a farlo ancora oggi. Essi vengono

aiutati considerevolmente dalla storia dei Sei Milioni che ha esaltato, come in

un mito religioso, la necessità di una più grande solidarietà razziale ebraica.

Sfortunatamente essa ha avuto un effetto totalmente contrario per tutti gli altri

popoli, impotenti nella lotta per la difesa della loro propria razza. Le pagine che

seguono non hanno altro scopo che quello di dire la verità. L'Americano Harry

Elmer Barnes, noto storico, scrisse un giorno: "cercare di studiare con

competenza, obiettività e veridicità la questione dello sterminio... è sicuramente

nell'ora attuale l'impresa più rischiosa per uno storico o per un demografo".

Intraprendendo questa impresa pericolosa, spero di contribuire in una certa

misura, non solamente alla ricerca della verità storica, ma anche alla liberazione

dal peso di una menzogna, per poter affrontare senza complessi i pericoli che

minacciano noi tutti.

Richard E. Harwood

— 12 —

LA POLITICA TEDESCA NEI CONFRONTI DEGLI EBREI

PRIMA DELLA GUERRA

La Germania di Adolf Hitler considerò, a torto o a ragione, gli Ebrei come

un elemento perfido ed avaro, estraneo alla comunità nazionale e come un

fattore di decadenza e di decomposizione della vita culturale tedesca. La loro

influenza era considerata come estremamente nociva da quando essi, durante la

Repubblica di Weimar, avevano raggiunto una posizione di considerevole

potenza specialmente nell'amministrazione della giustizia, nel settore

finanziario e in quello della stampa, nella radio, nel cinema, nel teatro, benché

essi rappresentassero solo il 5 % circa dell'intera popolazione. Il fatto poi che

Karl Marx fosse ebreo e che Ebrei come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht

avessero avuto una parte determinante nei movimenti rivoluzionari in

Germania, contribuì a convincere i Nazionalsocialisti delle tendenze

internazionaliste del popolo ebraico. Qui non vogliamo discutere, se questo

atteggiamento nei confronti degli Ebrei sia stato giusto o ingiusto, o se giuste o

ingiuste siano state le misure legislative antiebraiche. Noi vogliamo

semplicemente mostrare che i Nazionalsocialisti, convinti com'erano

dell'influenza nefasta degli Ebrei, considerarono che la soluzione di questo

problema fosse di eliminare l'influsso degli Ebrei sul popolo tedesco, adottando

idonee misure legislative, e di incoraggiare la loro totale emigrazione. Nel 1939

la maggior parte degli Ebrei tedeschi era già emigrata, ed essi avevano potuto

portare con sé una parte cospicua del loro patrimonio. Mai, in nessun momento

della sua storia, la Germania nazista ha tentato una politica di sterminio nei loro

confronti.

Gli Ebrei hanno chiamato "sterminio" l'emigrazione

Occorre tuttavia rilevare che certi Ebrei si affrettarono a far passare questo

diverso trattamento, a cui il loro popolo fu soggetto, per una politica di

sterminio. Il libro di propaganda antitedesca di L. Feuchtwanger ed altri,

pubblicato a Parigi nel 1936 con il titolo "Der Gelbe Fleck" - Die Austrottung

von 500.000 Deutsche Juden (La macchia gialla - Lo sterminio di 500.000

Ebrei tedeschi), ne è un tipico esempio. Sin dalle prime pagine vi si parla di

sterminio di Ebrei; benché questo sterminio non sia basato su alcun fatto:

l'emigrazione pura e semplice viene considerata come eliminazione fisica degli

Ebrei tedeschi. In questo modo, i campi di concentramento nazisti vengono fatti

passare per possibili impianti per il genocidio, e si fa esplicito riferimento ai

cento Ebrei che nel 1936 si trovavano ancora a Dachau, 60 dei quali erano

internati sin dal 1933. Un ulteriore esempio è stato il libro a sensazione del

comunista ebreo-tedesco Hans Beimler, "4 Wochen in der Hand von Hitler

Hollenhanden" - Das Nazi-Morder lager von Dachau (4 Settimane in Mano dei

Cerberi di Hitler - Il Campo di Sterminio Nazista di Dachau), pubblicato a New

York agli inizi del 1933. Internato a causa delle sue relazioni con ambienti

marxisti, l'Autore affermava che Dachau fosse un campo di sterminio, ma,

secondo quanto da lui stesso dichiarato, egli fu rilasciato dopo tre mesi di

internamento. La Repubblica Democratica Tedesca (la Repubblica di Pankow)

— 13 —

conferisce oggi un Ordine Hans Beimler per fedeltà alla causa comunista (Hans

Beimler- Orden fur Treue Kommunistische Dienste). Il fatto che una siffatta

propaganda cominciasse ad essere diffusa già nei primi anni del "III Reich" da

persone prevenute per motivi ideologici o razziali, dovrebbe indurre qualsiasi

osservatore neutrale ad un'estrema diffidenza nei confronti di simili storie

risalenti al periodo bellico. L'incoraggiamento dell'emigrazione ebraica non

dovrebbe essere confuso con lo scopo a cui servivano i campi di concentramento

nella Germania di prima della guerra. Questi infatti servivano per internare

oppositori politici, principalmente liberali, socialisti e comunisti di ogni colore

tra i quali erano anche alcuni Ebrei, come H. Beimler. Se confrontato con i

milioni di uomini, ridotti a quel tempo in schiavitù nell'Unione Sovietica, il

numero degli internati nei campi di concentramento fu sempre assai limitato.

Reitlinger ammette che tra il 1934 ed il 1938 questa cifra ha raramente

superato, in tutto il territorio del Reich, le 20.000 unità, e che il numero degli

internati Ebrei non raggiunse mai le 3.000 unità (The SS: Alibi of a Nation,

Londra I956, pag. 253).

La Politica Sionista

Le vedute dei Nazionalsocialisti sulla emigrazione ebraica non si

limitavano alla politica dell'espulsione, ma venivano elaborate seguendo le

formule del sionismo moderno. Theodor Herz, fondatore del sionismo del XX

secolo, aveva previsto in un primo tempo, nella sua opera "Der Judische Staat"

(Lo stato ebraico) come possibile patria per gli Ebrei l'isola di Madagascar.

Questa possibilità fu attentamente studiata anche dai Nazionalsocialisti:

rappresentò anzi uno dei punti fondamentali del Programma del Partito

Nazionalsocialista prima del 1933, che era stato pubblicato in brossura. Questo

significa che la ricostituzione dello stato ebraico in Palestina era considerata

molto meno accettabile, poiché ne sarebbero nate una guerra senza fine ed una

lacerazione del mondo arabo, ciò che, a partire dal 1948, è effettivamente

avvenuto. I primi a proporre l'emigrazione degli Ebrei nel Madagascar non

furono i Tedeschi, ma il governo polacco, che aveva preso in considerazione

questo progetto per la sua popolazione ebraica e aveva inviato Michael Lepecki

nel Madagascar, insieme con rappresentanti ebrei, per studiare sul posto il

problema. Le prime proposte dei Nazionalsocialisti per la Soluzione Madagascar

furono avanzate nel 1938, in collegamento con il progetto Schacht. Su consiglio

di Goring, Hitler acconsentì ad inviare il presidente della Reichsbank, Dr.

Hialmar Schacht, a Londra per trattare con il rappresentante di parte ebraica

Lord Bearsted e Mr. Ruhlee di New York (cfr. Reitlinger, "The Final Solution",

Londra 1955, pag. 20; ed. ital. La Soluzione Finale, Milano 1962, pag. 36). Il

progetto consisteva nel congelare i beni degli Ebrei tedeschi, come fondo di

garanzia per un prestito internazionale, che avrebbe reso possibile il

finanziamento della emigrazione ebraica in Palestina.

Schacht informò Hitler su queste trattative a Berchtesgaden, il 2 gennaio

1939. Il progetto che andò a vuoto, perché gli Inglesi non approvarono le

condizioni di finanziamento, fu spiegato per la prima volta il 12 novembre 1938,

in una conferenza convocata da Goring. Questi dichiarò anche che Hitler aveva

preso in considerazione la proposta di un insediamento ebraico sull'isola di

Madagascar (ibid., pag. 37). Più tardi, nel dicembre dello stesso anno, il

— 14 —

ministro degli esteri francese Georges Bonnet raccontò a Ribbentrop, che anche

il suo governo progeto contemplava l'emigrazione di 10.000 Ebrei sull'isola di

Madagascar. Prima del Progetto Palestina di Schacht, dell'anno 1938, avevano

avuto luogo, già a cominciare dal 1935, diverse trattative e numerosi tentativi

per rendere possibile l'emigrazione ebraica in altri paesi europei. Questi sforzi

sfociarono nella Conferenza di Evian (luglio 1938); tuttavia nel 1939 prevalse il

progetto dell'insediamento degli Ebrei sull'isola di Madagascar. Tanto è vero che

Helmut Wohltat, del Ministero degli Affari Esteri germanico, condusse, fino

all'aprile 1939, delle trattative a Londra per un insediamento ebraico in Rodesia

e nella Guinea britannica; ma il 24 gennaio 1939 Goring scriveva al ministro

degli interni Frick, ordinandogli la fondazione di un Ufficio Centrale di

Emigrazione (Auswanderungsbüro) per Ebrei e affidando a Heydrich, capo

dell'Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (Reichssicherheitshauptamt),

l'incarico di risolvere il problema ebraico " per mezzo dell'emigrazione e

dell'evacuazione"; e da allora il progetto Madagascar venne seriamente

esaminato. Gli sforzi costanti del governo tedesco per assicurare

l'allontanamento degli Ebrei dal "Reich" germanico culminarono con

l'emigrazione di 400.000 dei 600.000 Ebrei tedeschi, più altri 410.000 Ebrei

dell'Austria e della Cecoslovacchia (la quasi totalità della popolazione ebraica di

questi paesi). Questa operazione venne condotta dagli "Uffici per l'Emigrazione

Ebraica" di Berlino, Vienna e Praga, istituiti da Adolf Eichmann, capo

dell"'Ufficio per lo Studio della Questione Ebraica" della "Gestapo". Eichmann

giunse finanche ad organizzare in Austria dei "Campo di Addestramento", dove

giovani Ebrei potevano essere iniziati ai lavori agricoli, prima di essere

introdotti clandestinamente in Palestina (Manvell e Fankl, "SS und Gestapo",

pag. ó). Se Hitler avesse avuto anche la più piccola intenzione di sterminare gli

Ebrei, non si capirebbe perché avrebbe permesso che più di 800.000 Ebrei

lasciassero la Germania con quasi tutti i loro beni; e ancora meno comprensibile

sarebbe la presa in esame del progetto Madagascar. Ma c'è di più: vedremo che

la politica di emigrazione fu presa in considerazione fino a guerra inoltrata, e

segnatamente il progetto Madagascar, che fu oggetto di discussione di

Eichmann con esperti del "Ministero Francese delle Colonie", nel 1940, dopo

che la sconfitta della Francia permetteva di prospettare la possibilità della

consegna dl questa colonia da parte della Francia.

  • 15 —

II LA POLITICA TEDESCA NEI CONFRONTI DEGLI EBREI

DOPO LO SCOPPIO DELLA GUERRA

Con l'avvicinarsi della guerra, la posizione degli Ebrei cambiò in modo

radicale. Non è molto noto che l'Ebraismo mondiale si dichiarò, nella Seconda

Guerra Mondiale, parte belligerante, e che pertanto i Tedeschi avevano il diritto,

sulla base di leggi internazionali, di internare gli Ebrei in quanto potenza

belligerante nemica. Il 5 settembre 1939, Chaim Weitzmann, Presidente

dell'Organizzazione Sionista (1920) e dell'Agenzia Ebraica (1929), il quale

divenne, più tardi, il primo presidente della Repubblica di Israele, aveva

dichiarato guerra alla Germania in nome di tutti gli Ebrei del mondo,

precisando " che gli Ebrei sono a fianco della Gran Bretagna e combatteranno a

fianco delle democrazie... L'Agenzia Ebraica è pronta a prendere misure

immediate per utilizzare la mano d'opera ebraica, la competenza tecnica e le

risorse ebraiche, ecc. " (Jewish Chronicle, 8 settembre 1939).

Internamento di stranieri, cittadini di un paese nemico

I dirigenti delle organizzazioni ebraiche avevano dunque dichiarato che

tutti gli Ebrei entravano in guerra contro la Germania, e per conseguenza

Himmler e Heydrich avrebbero dovuto, un giorno o l'altro, iniziare la politica di

internamento. Occorre far notare che, prima che tali misure di sicurezza

venissero applicate nei confronti degli Ebrei europei, gli Stati Uniti ed il Canadà

avevano già internato tutti i cittadini giapponesi e gli Americani con ascendenza

giapponese. E tuttavia riguardo ai Giapponesi d'America non esistevano prove

di tradimento come quelle fornite da Weitzmann. Anche gli Inglesi avevano

internato durante la guerra dei Boeri, tutte le donne e i bambini boeri, che

morirono a migliaia; eppure mai gli Inglesi furono accusati di aver

intenzionalmente eliminato i Boeri. Dal punto di vista tedesco, l'internamento

degli Ebrei nei paesi occupati serviva a due scopi fondamentali: prevenire le

agitazioni e la sovversione. L'11 ottobre 1942, Himmler aveva informato

Mussolini che la politica tedesca nei confronti degli Ebrei si era mutata durante

la guerra per motivi di sicurezza militare. Egli deplorava che migliaia di Ebrei

conducessero guerriglia partigiana nei territori occupati, partecipando ad

attività di spionaggio e di sabotaggio. Tale constatazione fu del resto confermata

da una relazione ufficiale sovietica, consegnata a Raymond Arthur Davies,

secondo la quale non meno di 35.000 Ebrei europei conducevano guerriglia

partigiana agli ordini di Tito. Come conseguenza di ciò gli Ebrei dovettero essere

trasportati in zone dove la loro libertà di movimento sarebbe stata limitata e in

campi di prigionia in Germania e, dopo il marzo 1941, nel Governatorato

Generale di Polonia. Con il proseguimento della guerra si sviluppò la tendenza

ad utilizzare a vantaggio dell'industria bellica la mano d'opera degli Ebrei

internati. La questione dell'utilizzazione della mano d'opera è molto importante,

se vogliamo esaminare il presunto progetto di sterminio degli Ebrei: infatti

sarebbe stato insensato e inutile lo spreco di mano d'opera, di tempo e di

energia, in una guerra che la Germania combatteva su due fronti e nella quale

era in gioco la sua sopravvivenza. È certo che solamente dopo l'attacco alla

  • 16 —

Russia l'idea del lavoro forzato finì con il prevalere sui progetti tedeschi di una

emigrazione ebraica.

Il processo verbale di una conversazione tra Hitler e il Reggente

dell'Ungheria Horthy, del 17 aprile 1943, rivela che il Fuehrer domandò

personalmente a Horthy di concedergli 100.000 Ebrei ungheresi perché

lavorassero per il piano Aerei da caccia (Verfolger-Jäger) della Luftwaffe; e

questo in un periodo nel quale i bombardamenti aerei sulla Germania si

intensificavano (Reitlinger, La Soluzione Finale, cit., pag. 515). Questa

conversazione si svolse quando, come si pretende, i Tedeschi avrebbero dovuto

aver già iniziato l'eliminazione degli Ebrei; mentre la richiesta di Hitler mostra

chiaramente l'urgente necessità di aumentare la mano d'opera.

In relazione a questo programma i campi di concentramento diventarono

effettivamente complessi industriali. In ogni Lager, dove erano internati Ebrei e

prigionieri di altre nazionalità, sorgevano grandi impianti industriali e fabbriche

dell'industria bellica tedesca, come per esempio la fabbrica di caucciù Buna a

Bergen-Belsen,la Buna I.G. Farben-lndustrie ad Auschwitz, la Siemens á

Ravensbrück. In molti casi il lavoro svolto veniva retribuito con speciali biglietti

di banca, con i quali gli internati potevano acquistare razioni supplementari

negli appositi spacci. I Tedeschi si sforzavano di trarre tutti i vantaggi economici

possibili dal sistema dei campi di concentramento, obiettivo che certo non si

sarebbe conciliato con quello della eliminazione fisica degli internati. Era

compito dell'Ufficio Centrale di Amministrazione Economica delle SS (SS-

Wirtschafts- und Verwaltungsamt) diretto da Oswald Pohl, di far sì che i campi

di concentramento divenissero centri importanti di produzione industriale.

L'emigrazione fu facilitata anche durante la guerra

E un fatto notevole che i Nazisti, fino a guerra inoltrata, furono sempre

favorevoli a una politica di emigrazione ebraica. La caduta della Francia nel

1940 rese possibile al governo tedesco di intraprendere serie trattative con i

Francesi, al fine di far emigrare gli Ebrei europei nell'isola di Madagascar. Un

memorandum dell'agosto 1942 del segretario di stato Luther, dell'Ufficio per gli

Affari Esteri tedesco, ci informa che questi dal luglio al novembre 1940

condusse trattative che vennero però troncate dai Francesi. Una circolare

emanata dal dipartimento di Luther, datata 15 agosto 1940, rivela che i

particolari di questo progetto tedesco erano stati elaborati da Adolf Eichmann,

in quanto essa reca la firma del suo sostituto Dannecker. Eichmann,

effettivamente, era stato incaricato, nell'agosto del 1940, di preparare in tutti i

particolari un progetto Madagascar, e Dannecker fece delle ricerche sul

Madagascar presso il Ministero de2te Colonie Francesi (Reitlinger, La Soluzione

Finale, cit., pag. 103). Le proposte del 15 agosto 1940 prevedevano perfino che

una banca intereuropea dovesse finanziare l'emigrazione di 4 milioni di Ebrei,

da attuarsi in più fasi.

Il memorandum di Luther del 1942 prova che Heydrich aveva ottenuto

l'approvazione di Himmler per questo piano prima della fine dell'agosto 1942 e

che lo aveva sottoposto a Göring. Il progetto ottenne anche l'approvazione di

Hitler prima del 17 giugno 1942. Il suo interprete Schmidt, infatti, riferisce a

Mussolini l'osservazione di Hitler "che si potrebbe fondare uno Stato di Israele

nel Madagascar" (Schmidt, Hitter's Interpreter, Londra 1951, pag. 178).

  • 17 —

Sebbene i Francesi avessero interrotto nel dicembre del '40 le trattative sul

Madagascar, i Tedeschi, secondo quanto ammette lo stesso Poliakov, del Centro

di Documentazione Ebraica di Parigi, continuarono tuttavia a studiare questo

progetto, di cui Eichmann si occupò dopo il 1941. Proseguendo la guerra,

soprattutto dopo l'invasione della Russia, il progetto diventò inattuabile, e il 10

febbraio 1942 il Ministero degli Affari Esteri venne informato che il piano era

stato temporaneamente sospeso. Questa comunicazione inviata al Ministero da

Rademacher, l'aggiunto di Luther, è di grande importanza, in quanto dimostra

che l'espressione "Soluzione Finale" altro non indicava che l'emigrazione degli

Ebrei e che la deportazione degli Ebrei nei ghetti orientali e nei campi di

concentramento, come Auschwitz, fu solo una soluzione di ripiego. La direttiva

dice testualmente: "La guerra contro l'Unione Sovietica ha nel frattempo creato

la possibilità di disporre di altri territori per la "Soluzione Finale". Di

conseguenza il Fuhrer ha deciso che gli Ebrei siano evacuati non nel

Madagascar, ma all'Est. Non è più il caso, quindi, di pensare al Madagascar in

rapporto alla "Soluzione Finale"» (Reitlinger, ibid., pag. 104). I particolari di

questa evacuazione erano stati discussi un mese prima, alla cosiddetta

"Conferenza di Wannsee" a Berlino, come si dirà più avanti.

Reitlinger e Poliakov affermano entrambi, senza fornire le prove, che,

poiché il Progetto Madagascar non poté essere portato a compimento, i

Tedeschi avrebbero pensato necessariamente allo "sterminio". Tuttavia, un

mese dopo, il 7 marzo 1942, Goebbels scrisse una nota favorevole al Progetto

Madagascar, visto come la risoluzione definitiva della questione ebraica

(Manvell e Frankl, Dr. Goebbels, Londra 1960, pag. 165). Acconsentiva, però, a

che gli Ebrei, nel frattempo, fossero concentrati nei territori dell'Est. Note

successive di Goebbels insistono sull'importanza del trasferimento all'Est, cioè

nel Governatorato Generale della Polonia, sottolineando l'importanza del lavoro

obbligatorio in queste regioni. Dopo che la politica dell'evacuazione fu

introdotta e accettata, l'utilizzazione della mano d'opera ebraica divenne parte

essenziale del progetto. Da quanto detto risulta chiaro che l'espressione

«Soluzione Finale» veniva riferita al Madagascar e ai territori orientali, e che

essa significava soltanto evacuazione degli Ebrei. Perfino più tardi, nel maggio

del '44, i Tedeschi erano disposti ad approvare l'evacuazione di un milione di

Ebrei. La storia di questa proposta si trova nel libro di Alexander Weissberg

(Die Geschichte von Joel Brand, Colonia 1956). Alexander Weisberg è un

famoso studioso ebreo sovietico, deportato durante la purga staliniana.

Weissberg, che durante la guerra visse a Cracovia, sebbene temesse che i

Tedeschi lo avrebbero rinchiuso in un campo di concentramento, racconta in

questo libro che, con autorizzazione personale di Himmler, Eichmann aveva

inviato a Istanbul il presidente della comunità ebraica di Budapest, Joel Brand,

che viveva a Budapest, per proporre agli Alleati di permettere in piena guerra la

partenza di un milione di Ebrei. Se si dovesse prestar fede ai vari scribacchini

che parlano di eliminazione, nel maggio del '44 non sarebbero stati in vita

nemmeno un milione di Ebrei. La Gestapo ammetteva che il problema del

trasporto avrebbe rappresentato un grave peso per l'impegno militare della

Germania, ma si sarebbe potuto risolvere se fossero stati messi a disposizione

10.000 autocarri, da impiegare esclusivamente sul fronte russo.

Sfortunatamente non se ne fece nulla, poiché gli Inglesi, pensando che Brand

fosse un pericoloso agente nazista, lo imprigionarono al Cairo, mentre la stampa

— 18 —

presentava l'offerta come un volgare trucco nazista. Winston Churchill deplorò

invero il trattamento a cui furono sottoposti gli Ebrei ungheresi, sostenendo che

a fu il più grande e terribile crimine che mai fu commesso nella storia

dell'umanità ; ma spiegò a Chaim Weitzmann che era impossibile accettare

l'offerta di Brand, perchè sarebbe stato un tradimento nei confronti dei suoi

alleati russi. Sebbene il progetto non sia giunto a buon fine, esso mostra molto

chiaramente che nessuno che voglia attuare una supposta "eliminazione totale"

permetterebbe mai l'emigrazione di un milione di Ebrei; e mostra anche

chiaramente quanta importanza attribuissero i Tedeschi ai loro sforzi militari.

III POPOLAZIONE ED EMIGRAZIONE

Non si posseggono statistiche precise e particolareggiate della popolazione

ebraica per alcun paese. Le approssimazioni per i diversi paesi presentano valori

troppo differenti. Così non si conosce quanti Ebrei, negli anni tra il 1939 e il

1945, furono evacuati o imprigionati. In generale, tuttavia, da quanto è dato di

sapere da statistiche attendibili, specie da quelle che si riferiscono

alI'emigrazione, si può concludere che neppure una piccolissima parte di sei

milioni poté essere eliminata. Innanzi tutto il numero di 6.000.000 non può

reggere, solo se si considera il numero della popolazione ebraica europea.

Secondo la Chambers Enzyclopaedia gli Ebrei che vivevano in Europa prima

della guerra erano 6.500.000. Ciò significa che sarebbero stati tutti uccisi. Ma il

giornale svizzero neutrale Baseler Nachrichten, che utilizza materiale statistico

di fonte ebraica, stabilisce chiaramente che, tra il 1933 e il 1945, 1.500.000

Ebrei erano emigrati in Inghilterra, Svezia, Spagna, Portogallo, Australia, Cina,

India, Palestina e USA. Questa citra è con fermata dal giornalista ebreo Bruno

Blau, sul giornale ebraico di New York Aufbau (13 agosto 1945). Di questl

emigranti circa 400.000 giunsero dalla Germania prima del settembre 1939,

come viene confermato dall'organo del Congresso Ebraico Mondiale, Unity in

Dispersion (pag. 377), dove si afferma che "la maggior parte degli Ebrei tedeschi

riuscì ad abbandonare la Germania prima che scoppiasse la guerra". Oltre agli

— 19 —

Ebrei del Vecchio Reich, entro il settembre 1939 emigrarono 220.000 dei

complessivi 280.000 Ebrei austriaci, mentre a partire dal marzo 1939 I'Istituto

per l'Emigrazione Ebraica di Praga conferma l'emigrazione di 260.000 Ebrei dai

territori già appartenuti alla Cecoslóvacchia. Complessivamente, pertanto, dopo

il settembre 1939 rimasero nei territori del Vecchio Reich, dell'Austria e della

Cecoslovacchia 360.000 Ebrei. Dalla Polonia ne erano emigrati, fino a prima

della guerra, circa 500.000. Queste cifre significano che il numero degli Ebrei

emigrati da altri paesi europei (Francia, Olanda, Italia e paesi dell'Est)

ammontava a circa 120.000. L'esodo degli Ebrei, prima e durante la guerra,

ridusse il numero degli Ebrei in Europa a circa 5.000.000. Bisogna poi

aggiungere gli Ebrei che, dopo il 1939, fuggirono nell'Unione Sovietica e che, in

seguito, furono evacuati in zone fuori della portata delle truppe germaniche. Si

dimostrerà più avanti che la maggior parte di essi, circa 1.250.000, venivano

dalla Polonia. Ma Reitlinger ammettc che senza contare gli Ebrei polacchi,

300.000 Ebrei europei giunsero nell'Unione Sovietica tra il 1939 e il 1941.

Questo porta il numero degli immigrati Ebrei nell'Unione Sovietica a 1.550.000.

Sulla rivista Colliers’ del 9 giugno 1945, Freiling Foster, in un servizio sugli

Ebrei in Russia, scrive che 2.200.000 Ebrei erano riusciti a fuggire nell'Unione

Sovietica a partire dal 1939; ma la nostra valutazione, più modesta (1.550.000),

è probabilmente più precisa. Pertanto l'entità dell'emigrazione degli Ebrei

nell'Unione Sovietica riduce a circa 3.500.000-3.450.000 il numero degli Ebrei

presenti nei paesi sotto controllo tedesco. Occorre inoltre sottrarre il numero

degli Ebrei che, vivendo in nazioni europee neutrali o alleate, non erano esposti

alle conseguenze della guerra. Secondo il World Almanac del 1942 (pag. 594) il

numero degli Ebrei in Gibilterra, Inghilterra, Portogallo, Svezia, Svizzera,

Irlanda e Turchia ammontava a 413.128.

Tre milioni di Ebrei nell'Europa occupata

La cifra di circa tre milioni di Ebrei nei territori sotto giurisdizione tedesca

è precisa nella misura in cui lo permettono le statistiche a nostra disposizione.

Se però esaminiamo le statistiche riguardanti la popolazione ebraica che rimase

nei territori occupati dalla Germania, otteniamo un numero pressoché identico.

Più della metà degli Ebrei che emigrarono nell'Unione Sovietica dopo il

1939 provenivano dalla Polonia. Si afferma che la guerra con la Polonia fece

cadere «altri tre milioni di Ebrei sotto giurisdizione tedesca e che la totalità

degli Ebrei polacchi venne a sterminata». Si tratta di un errore grossolano.

Secondo il censimento del 1931, gli Ebrei in Polonia erano 2.732.600

(Reitlinger, La Soluzione Finale, cit., pag. 52). Reitlinger ammette però che

almeno 1.170.000 di essi si trovavano nella zona occupata dai Russi

nell'autunno 1939. Di questi, circa 1 milione sarebbero stati evacuati negli Urali

e nella Siberia meridionale dopo l'attacco tedesco del giugno 1941 (ibid., pag.

69). Come abbiamo già ricordato, prima della guerra erano emigrati dalla

Polonia 500.000 Ebrei. Perfino il giornalista Raymond Arthur Davies, che

trascorse la guerra nell'Unione Sovietica, sostiene che negli anni tra il 1939 e il

1941 erano fuggiti in Russia dai territori polacchi occupati dai Tedeschi circa

250.000 Ebrei, che si incontravano in ogni ,provincia russa (Odyssey through

Hell, New York 1946). Sottraendo questo numero al numero complessivo di

2.732.000 e tenendo conto dell'incremento demografico, si conclude che alla

— 20 —

fine del 1939 non più di 1.100.000 erano gli Ebrei polacchi che vivevano sotto la

dominazione tedesca (Gutachten des Institutes fur Zeitgeschichte, Monaco

1956, pag. 80). A questi Ebrei polacchi dobbiamo aggiungere i 360.000 Ebrei

che rimasero in Germania, Austria, in Boemia Moravia e Slovacchia, dopo la

fortc emigrazione da questi paesi avvenuta prima della guerra e di cui abbiamo

parlato più sopra. Per quanto riguarda i 320.000 Ebrei francesi, il pubblico

accusatore di parte francese al processo di Norimberga dichiarò che 120.000 di

essi erano stati evacuati. Reitlinger, tuttavia, li valuta ad appena 50.000. In ogni

caso gli Ebrei sotto dominazione nazista non arrivarono ai 2.000.000.

Evacuazioni dai paesi scandinavi furono limitate, dalla Bulgaria non ce ne

furono affatto. Se si aggiunge ancora la popolazione ebraica in Olanda

(140.000), Belgio (40.000), Italia (50.000), Jugoslavia (55.000), Ungheria

(386.000) e Romania (725.000), si ottiene una cifra totale che non supera di

molto i 3.000.000. Questa eccedenza deriva dal fatto che gli ultimi dati sono di

prima della guerra e non tengono conto dell'emigrazione (che in questi paesi

interessò circa 120.000 Ebrei, v. sopra). Questo doppio esame, pertanto,

conferma la cifra approssimativa di 3.000.000 di Ebrei europei che si trovavano

nei paesi occupati dall'esercito tedesco.

Evacuazione degli Ebrei russi

Non si conoscono dati precisi sul numero degli Ebrei russi, e ciò facilita e

rende possibili incredibili esagerazioni. L'esperto di statistica ebreo Jacob

Leszczynski afferma che nei territori che poi saranno occupati dai Tedeschi,

ossia nella Russia occidentale, vivevano 2.100.000 Ebrei. Vi erano inoltre circa

260.000 Ebrei che vivevano negli stati baltici (Estonia, Lituania, Lettonia).

Secondo i dati del presidente del Consiglio Ebraico-Americano per gli Aiuti alla

Russia, Louis Levine, che effettuò dopo la guerra un viaggio di ricognizione

attraverso l'Unione Sovietica e quindi pubblicò un rapporto sulla situazione

degli Ebrei che là vivevano, la maggior parte di essi era stata evacuata verso Est

dopo l'attacco tedesco. Il 30 ottobre 1946 dichiarò a Chicago che "allo scoppio

della guerra gli Ebrei furono i primi a essere evacuati dai territori minacciati

dagli invasori hitleriani e a essere portati in salvo al di là degli Urali. A questo

modo vennero salvati 2.000.000 di Ebrei". Questa cifra viene confermata dal

giornalista ebreo David Bergelson, che sul giornale ebraico Ainikeit (Unità) di

Mosca, il 5 dicembre 1942, scrisse che «a grazie all'evacuazione, la maggioranza

(80%) degli Ebrei dell'Ucraina, della Russia bianca, della Lituania e della

Lettonia poterono essere salvati prima dell'arrivo dei Tedeschi». Reitlinger

concorda con l'esperto ebreo Josef Schechtmann, che ammette che un gran

numero di Ebrei furono evacuati, ma dà una valutazione leggermente superiore

degli Ebrei russi e baltici rimasti sotto i Tedeschi (650.000-850.00) (Reitlinger,

La Soluzione Finale, cit., pag. 499). Per quanto riguarda gli Ebrei sovietici che

rimasero nei territori occupati dai Tedeschi, si dimostrerà che nel corso della

campagna di Russia non ci furono più di 100.000 persone, tra partigiani e

commissari bolscevici, che peraltro non erano tutti Ebrei, che furono uccise da

unità speciali tedesche per la lotta contro il terrorismo. Bisogna sottolineare a

questo riguardo che i partigiani sostengono di aver ucciso nell'Est 500.000

soldati tedeschi, un numero, cioè, cinque volte più alto delle loro perdite.

— 21 —

Sei milioni: un falso secondo fonti svizzere neutrali

È chiaro, pertanto, che I Tedeschi non poterono mai avere il controllo su

sei milioni di Ebrei né tantomeno ucciderne tanti. Prescindendo dall'Unione

Sovitica, il numero degli Ebrei nell'Europa occupata dai Tedeschi ammontava,

dopo l'emigrazione che precedette l'arrlvo delle truppe tedesche, a poco più di

3.000.000, di cui non tutti erano internati. Per giungere soltanto alla metà dei

supposti "Sei Milioni", bisognerebbe presupporre che tutti gli Ebrei viventi in

Europa siano stati uccisi, mentre è noto che in Europa un gran numero di Ebrei,

dopo il 1945, erano ancora in vita. Philipp Friedmann scrive nel suo libro "Their

Brother's Keeper" (New York 1957, pag. 13) che " perlomeno 1.000.000 di Ebrei

erano sfuggiti al terribile inferno nazista", mentre il numero ufficiale del

"Jewish Joint Distribution Committee" è di 1.559.600. Il che significa, data per

vera la seconda valutazione, che gli Ebrei deceduti durante la guerra non

potrebbero essere stati più di um milione e mezzo.

Alla medesima conclusione è arrivato anche l'autorevole giornale Baseler

Nachrichten, della neutrale Svizzera. In un articolo del 13 giugno 1946, dal titolo

« Quante sono le vittime ebree? », viene scritto che sulla base dei dati

riguardanti la popolazione e l'emigrazione, la perdita di vite umane può essere

stata al massimo di 1.500.000. Dimostreremo più avanti che questo numero

deve essere ulteriormente ridotto: il Baseler Nachrichten, infatti, utilizzava i

dati del Jewish Joint Distribution Committee (1.559.000 sopravvissuti dopo la

guerra), ma noi vedremo che soltanto le richieste di risarcimento

(Wiedergutmachung) avanzate dagli Ebrei sopravvissuti sono più del doppio.

La Svizzera però non disponeva di queste informazioni nel 1946.

Un tasso di incremento demografico impossibile.

Una prova inconfutabile si ricava anche dalle statistiche, approntate dopo

la guerra, riguardanti la popola zione ebraica. Il World Almanach del 1938 dà

un totale di Ebrei nel mondo intiero di 16.588.259. Ma dopo la guerra il New

York Times del 25 febbraio 1948 scriveva che il numero degli Ebrei nel mondo è

da valutare con una cifra oscillante da un minimo di 15.600.000 a un massimo

di 18.700.000. Questi dati dimostrano chiaramente che gli Ebrei morti durante

la guerra non possono essere stati più di qualche migliaio. 15.500.000 nel 1938

meno i supposti 6.000.000 fanno 9.000.000. Significherebbe, quindi, secondo

le cifre del New York Times, che gli Ebrei, in tutto il mondo, avrebbero avuto

7.000.000 di nascite in 10 anni, ivi compresi gli anni di guerra quando le

famiglie ebree furono disperse, separate e dovettero vivere sovente in condizioni

poco propizie alla procreazione. 7.000.000 di nascite che avrebbero dunque

quasi raddoppiato il loro numero. Il che è impossibile e ridicolo.

Quindi sembra proprio che la grande maggioranza dei 6 milioni mancanti

siano in effetti Ebrei che emigrarono in certi paesi europei, in Unione Sovietica,

negli Stati Uniti, prima, durante e dopo la guerra, più gli Ebrei che emigrarono

in grande numero in Palestina durante e specialmente dopo la guerra. Dopo il

1945 giunsero illegalmente in Palestina, provenienti dall'Europa, interi

bastimenti carichi di Ebrei, provocando notevoli difficoltà al gyverno britannico.

Il loro numero era così elevato che iI H.M. Stationary Office, nel suo bollettino

n. 190 del 5 novembre 1946, ne parlò come di un «secondo Esodo». Erano

— 22 —

questi gli emigrati di tutte le parti della terra, coloro che avevano portato la

popolazione ebraica mondiale da 15.000 a 18 milioni nel 1948. Di essi la

maggior parte erano emigranti d'America, che si erano colà recati in spregio dei

limiti imposti all'immigrazione dal governo americano. Il 16 agosto 1963 l'allora

presidente israeliano, David Ben Gurion, dichiarò che la popolazione ebraica

degli Stati Uniti, valutata ufficialmente in 5.600.000, non sarebbe inferiore ai

9.000.000 (Deutsche Wochenzeitung, 23 novembre 1973). La ragione di un

numero così alto è sottolineata da un articolo di Albert Maisal (Readers Digest,

gennaio 1957), intitolato « I nostri nuovi Americani »: in esso si dice che subito

dopo la seconda guerra mondiale, in base a un'ordinanza dei presidenti

americani, il 90% dei visti di immigrazione era riservato a emigranti dei paesi

dell'Europa centrale e orientale. In questa pagina è riprodotto uno delle

centinaia di annunci funebri (omesso), che appaiono regolarmente sul

settimanale ebreo americano Der Aufbau di New York (16 giugno 1972). Esso

mostra come gli Ebrei emigrati negli Stati Uniti abbiano in seguito cambiato il

loro nome. I loro nomi originari, che portavano in Europa, vengono pubblicati

in tali annunci tra parentesi, come in questo, che riportiamo qui sotto, dove si

legge: Arthur Kingsley (già dr. Konigsberger, Francoforte sul Meno). Non

potrebbe essere possibile che una parte o addirittura la totalità di queste

persone, i cui nomi sono "deceduti", siano fra i Sei Milioni di cui si è perduto

traccia in Europa?

IV I SEI MILIONI: DOCUMENTI « PROBANTI » (!?)

Da quanto sin qui esposto, si ha l'impressione che il numero di Sei Milioni

di Ebrei eliminati derivi soltanto da un compromesso tra una quantità di

valutazioni senza fondamento obiettivo. Non c'è neppure un brandello di prova

documentabile e attendibile. Di quando in quando qualche scribacchino

trascrive questo numero per assicurarsi credibilità a buon mercato. Lord Russel

of Liverpool, per esempio, afferma, nel suo libro The Scourge of the Swastika

(Londra 1954) che « non meno di 5.000.000 di Ebrei morirono in campi di

— 23 —

concentramento; e ottiene così il suo scopo, dando una valutazione che sta tra i

presunti sei milioni e i quattro milioni di cui altri preferiscono parlare. Ma

ammette che a il numero effettivo non potrà mai essere conosciuto ». Stando

cosi le cose è però difficile comprendere come egli possa giungere al numero di

non meno di cinque milioni ». L'ebraico Joint Distribution Committee

preferisce la cifra di 5.012.000, ma l'"esperto" ebreo Reitlinger congettura la

cifra di 4.192.000 di Ebrei dispersi », un terzo dei quali sarebbero morti di

morte naturale. Cosi il numero di Ebrei "eliminati" si ridurrebbe a 2.796.000.

Tuttavia al Congresso Ebraico Mondiale di Ginevra nell'anno 1948, il

delegato di New York, Mr. M. Perlzweig, rese noto, in una conferenza stampa,

che a il prezzo pagato per l'annientamento del Nazionalsocialismo e del

Fascismo è stato di sette milioni di Ebrei, vittime del più feroce antisemitismo .

Sulla stampa, e anche altrove, questa cifra diventa otto, o addirittura nove

milioni. Come abbiamo mostrato nei capitoli precedenti simili valutazioni, prive

di qualsiasi verosimiglianza, sono semplicemente ridicole.

Esagerazioni fantasiose

Per quanto ne sappiamo, le prime accuse di genocidio rivolte ai Tedeschi

furono formulate dall'ebreo polacco Rafael Lemkin nel suo libro Axis Rule in

Occupied Europe (Il Dominio dell'Asse nell'Europa Occupata), pubblicato a

New York nel 1943. Lo stesso Rafael Lemkin, guarda caso, fu incaricato, più

tardi, di redigere la cosiddetta convenzione sul genocidio dell'ONU, con la quale

si cerca di dichiarare fuori legge il "razzismo". Il suo libro sostiene che i nazisti

avrebbero eliminato milioni di Ebrei forse proprio sei milioni. Una simile

notizia, rivelata nel 1943, è davvero notevole, dato che si pretende che questa

opera di eliminazione sarebbe cominciata nell'estate del 1942. Procedendo di

questo passo sarebbe stata sterminata l'intera popolazione ebraica della terra!

Dopo la guerra le valutazioni propagandistiche si ingigantirono in modo

inverosimile. Kurt Gerstein, un antinazista che affermava di essersi infiltrato

nelle SS, raccontò all'inquirente francese Raymond Cartier che egli sapeva che

non meno di 40 milioni di internati in campi di concentramento erano stati

uccisi nelle camere a gas. Nel primo processo verbale del 26 aprile 1945 ridusse

questa cifra a 25 milioni, ma questo totale fu considerato ancora troppo

inverosimile dalla difesa francese. In un secondo processo verbale, sottoscritto a

Rotweil il 4 maggio 1945, Gerstein si avvicinò ai ó milioni, valutazione che ebbe

la preferenza al Processo di Norimberga. La sorella di Gerstein era malata di

mente fin dalla nascita, e fu fatta morire per eutanasia; questo fa supporre che

lo stesso Gerstein fosse affetto dal medesimo male. Egli, del resto, era stato

condannato nel 1936 perché aveva spe dito per posta lettere eccentriche. Dopo

le sue due "confessioni di accusa" si impiccò nel carcere parigino Cherche-Midi.

Gerstein affermò di aver trasmesso al governo svedese, durante la guerra e per il

tramite di un barone tedesco, informazioni riguardanti uccisioni di Ebrei. Ma,

per inspiegabili motivi, la sua relazione venne "messa agli atti e dimenticata".

Inoltre egli sostenne di aver informato, nell'agosto del 1942, il Nunzio

Apostolico a Berlino su tutto il "piano di sterminio", ma il prelato gli avrebbe

detto: "Uscite!". Nelle sue dichiarazioni Gerstein pretende ripetutamente di

essere stato testimone di queste enormi stragi (12.000 uccisioni in un sol giorno

a Belzec); nel suo secondo rapporto descrive addirittura una visita di Hitler, il 6

— 24 —

giugno 1942, in un campo di concentramento polacco, mentre gli storici sanno

che questa visita non ebbe mai luogo. Le fantasiose esagerazioni di Gerstein

hanno contribuito a screditare completamente tutte le testimonianze su

eliminazioni in massa. Ed effettivamente il vescovo evangelico di Berlino,

Dibelius, ha respinto come "inattendibili" tutte le affermazioni di Gerstein (H.

Rothfels, Augenzeugenbericht zu den Massenvergasungen, in

Viertelsjahreshefte für die Zeitgeschichte, aprile 1953). Incredibilmente, però,

nel 1955 il Governo Federale di Germania pubblicò questo secondo processo

verbale di Gerstein, perché fosse diffuso nelle scuole (Dokumentation zur

Massenvergasung, Bonn 1955), sostenendo che Dibelius aveva riposto tutta ta

sua fiducia su Gerstein, le cui dichiarazioni sarebbero a fuori di ogni dubbio autentiche.

Siamo di fronte ad un tipico esempio di come vengano divulgate in

Germania le accuse infondate di genocidio, e di come esse vengano imposte

soprattutto ai giovani. La storia dello sterminio di Sei Milioni di Ebrei ebbe la

sua definitiva consacrazione al Processo di Norimberga grazie alla deposizione

del Dr. Wilhelm Hoettl. Costui, un aiutante di Eichmann, era in realtà uno

strano individuo agli ordini del servizio segreto americano, e scrisse, dopo la

guerra, diversi libri che pubblicò sotto lo pseudonimo di Walter Hagen. Hoettl

lavorò anche per lo spionaggio sovietico, insieme con due emigranti ebrei di

Vienna, Ponger e Verber che durante l'istruttoria al Processo di Norimberga

prestavano servizio come ufficiali americani. In tutta questa vicenda occorre

notare che la testimonianza di questo ambiguo personaggio è stata considerata

come l'unica "prova" dello sterminio dei Sei Milioni di Ebrei. Nella sua

deposizione sotto giuramento del 26 novembre 1945, dichiarò che Eichmann,

nell'agosto del 1944, a Budapest, gli avrebbe "raccontato" della eliminazione di

sei milioni di Ebrei. Non occorre certo aggiungere che Eichmann, durante il suo

processo, non confermò mai questo fatto. Durante tutto l'ultimo periodo della

guerra, Hoettl lavorò come spia americana, ed è certo sorprendente che mai

egli, in tutto questo tempo, abbia informato gli Americani dello sterminio degli

Ebrei, quantunque fosse alle dirette dipendenze di Heydrich e Eichmann.

Mancano le prove

Non esiste un solo documento che provi che i Tedeschi progettassero o

pensassero di attuare il presunto sterminio degli Ebrei. Nel libro di Poliakov e

Wulf Das Dritte Relch und die Juden - Dokumente und Aufsätze (Berlino

1955), le "prove" che vengono presentate non sono altro che dichiarazioni,

estorte, dopo la guerra, a uomini come Hoettl, Ohlendorf e Wisliceny,

quest'ultimo sottoposto a tortura in un carcere sovietico. In mancanza di ogni

prova, Poliakov è costretto a scrivere che le a tre o quattro persone che erano

principalmente coinvolte nel piano della eliminazione totale sono morte, e che

non si è conservato alcun documento in proposito ». Questa situazione offre

notevoli vantaggi; naturalmente sia il progetto sia le "tre o quattro persone "

sono affermazioni nebulose, che non è possibile provare.

I documenti di cui disponiamo non fanno mai riferimento a eliminazioni, e

pertanto autori come Poliakov e Reitlinger ricorrono sempre alla comoda

giustificazione che tali ordini, generalmente, venivano impartiti "a voce". Poiché

mancano prove documentate, essi congetturano che il progetto di sterminare gli

— 25 —

Ebrei sia nato nel 1941, contemporaneamente all'attacco alla Russia. La prima

fase avrebbe previsto lo sterminio degli Ebrei sovietici, cosa che confuteremo

più avanti. Il resto del piano, così viene supposto, dovrebbe aver avuto inizio nel

marzo del '42, con la deportazione degli Ebrei europei nei Lager orientali del

Governatorato Generale di Polonia, quali i giganteschi impianti industriali di

Auschwitz, vicino a Cracovia. Si sostiene in modo fantasioso, e senza il minimo

fondamento, che il trasporto verso l'Est, controllato dal reparto di Eichmann,

significasse l'immediata eliminazione nelle camere a gas, subito dopo l'arrivo.

Secondo Manvell e Frankl (Heinrich Himmler, Londra 1965) sembra che la

politica dell'eliminazione sia stata concordata in "colloqui segreti" tra Hitler e

Himmler (pag. 118); ma questi Autori si dimenticano di darcene le prove.

Reitlinger e Poliakov almanaccano di "ordini orali", aggiungendo che nessuno

doveva esser presente a questi colloqui e che non fu redatto alcun testo scritto.

Tutto questo è pura immaginazione, perché non esiste neppure il più

piccolo indizio che simili insoliti incontri siano mai avvenuti. William Shirer, nel

suo libro The Rise and Fall of the Third Reich (Ascesa e caduta del Terzo Reich),

opera nell'insieme stravagante e poco seria, di eventuali prove documentate non

fa parola. Dichiara soltanto, invero senza grande convinzione, che il supposto

ordine di eliminare gli Ebrei " non fu mai posto per iscritto da Hitler, in quanto

non ne venne ritrovata copia alcuna. Esso fu verosimilmente trasmesso a voce a

Goring, Himmler e Heydrich, che a loro volta provvidero a inoltrarlo... " (pag.

1148). Un tipico esempio di "prova", a sostegno della favola dello sterminio, ci

viene fornito da Manvell e Frankl. Essi menzionano una nota del 31 luglio 1941,

inviata da Goring a Heydrich, capo del Reichssicherheitshauptamt (Ufficio

Centrale di Sicurezza del Reich) e sostituto di Himmler. Il promemoria comincia

con queste parole: "In aggiunta all'incarico che le venne assegnato il 2 gennaio

1939, di risolvere nel modo migliore e secondo le nostre attuali possibilità la

questione ebraica mediante emigrazione ed evacuazione... ". L'incarico

supplementare assegnato in questo promemoria è "la soluzione globale della

questione ebraica nei territori sotto giurisdizione tedesca in Europa"; la quale

soluzione, come gli stessi autori ammettono, significava il concentramento degli

Ebrei nei territori dell'Est, operazione che richiedeva preparativi "per i suoi

aspetti organizzativi, finanziari e materiali". Il promemoria prevede poi un

piano futuro per " la auspicata soluzione finale " (Endlösung), ciò che richiama

il piano ideale e definitivo, accennato all'inizio della direttiva, di una

emigrazione degli Ebrei. In nessun punto dello scrltto si fa cenno ad una

eliminazione fisica di uomini, però Manvell e Frankl ci assicurano che questo è

il significato del promemoria. Naturalmente la "vera natura" della "soluzione

finale", diversamente che per la "soluzione globale", "fu chiarita oralmente a

Heydrich da parte di Göring " (ibid., pag. 118). Questo giocare a piacere con gli

"ordini dati a voce" è naturalmente molto sospetto.

La conferenza di Wannsee

I particolari definitivi sull'eliminazione degli Ebrei dovrebbero essere stati

fissati in una conferenza presieduta da Heydrich al Gross-Wannsee (Berlino), il

20 gennaio 1942 (Poliakov, Das Dritte Reich und die Juden, pagg. 120 segg.;

Reitlinger, La Soluzone Finale, pagg. 124 segg.). Erano presenti funzionari di

tutti i ministeri tedeschi, Muller e Eichmann rappresentavano l’Ufficio Centrale

— 26 —

della Gestapo (Gestapa). Reitlinger, Manvell e Frankl considerarono il processo

verbale di questa conferenza come la loro carta vincente, in quanto esso

dimostrerebbe l'esistenza di un piano di sterminio. Ma la verità è che un tale

piano di genocidio non viene menzionato in nessun punto del processo verbale,

come gli Autori stessi riconoscono apertamente. Manvell e Frankl lo fanno in

maniera insoddisfacente, scrivendo che "il processo verbale, redatto nello stile

burocratico tedesco, non permetterebbe di riconoscere il reale significato delle

parole e della terminologia usate" (The Incomparable Crime, Londra 1967, pag.

46): ciò significa, in realtà, che gli Autori lo possono interpretare come a loro fa comodo.

Heydrich disse, realmente secondo il sopraccitato processo verbale di aver

ricevuto da Göring l'incarico di regolare la soluzione della questione ebraica.

Ripeté ancora una volta la storia dell'emigrazione ebraica, e, constatato che la

guerra aveva ormai reso irrealizzabile il progetto Madagascar, proseguì: "Il

programma che prevedeva l'emigrazione è stato ora sostituito da un'altra

possibile soluzione: l'evacuazione degli Ebrei nei territori dell'Est in conformità

con l'autorizzazione precedente del Führer". Qui, aggiunse, deve essere

impiegata la loro mano d'opera. Ora, si pretende donare a questa dichiarazione

un senso oscuro e sinistro e far nascere il sospetto che gli Ebrei avrebbero

dovuto essere sterminati. Ma il prof. Paul Rassinier, un francese che fu

internato a Buchenwald e che ha ben meritato nella preziosa opera di

smascheramento della favola dei Sei Milioni, afferma che "il processo verbale

vuol dire solo ciò che in esso è scritto, ossia il concentramento degli Ebrei per

utilizzare questa mano d'opera nei ghetti orientali del Governatorato Generale

di Polonia. Lì avrebbero dovuto aspettare la fine della guerra e la ripresa dei

colloqui internazionali che avrebbero deciso del loro futuro. Questa decisione fu

raggiunta finalmente nella conferenza interministeriale di Berlino-Wannsee"

(Rassinier, Le véritable procès Eichmann, pag. 20).

Manvell e Frankl tuttavia non si lasciano impressionare dalla completa

mancanza del più piccolo accenno all'eliminazione fisica. Alla conferenza di

Wannsee, così scrivono, "sarebbe stato evitato un riferimento esplicito

all'eliminazione fisica" e Heydrich avrebbe preferito l'espressione "impiego della

mano d'opera nei territori dell'Est" (Manvell e Frankl, Heinrich Himmler, pag.

209). Essi non ci spiegano perché non dovremmo credere che "impiego di mano

d'opera " significhi realmente "impiego di mano d'opera".

Secondo Reitlinger e altri, nei mesi seguenti del 1942, tra Himmler,

Heydrich, Eichmann e il comandante Hoess vennero scambiati innumerevoli

ordini riguardanti lo sterminio; ma, naturalmente, "nessuna di queste direttive

è giunta fino a noi".

Parole distorte e illazioni senza fondamento

La completa mancanza di prove documentate che appoggino l'esistenza di

un piano di sterminio ha favorito l'abitudine di stravolgere il significato dei

documenti che ci sono giunti. Per esempio un documento che riguardi

l'"evacuazione" non riguarda l'"evacuazione", ma è un modo artificioso per

parlare di "sterminio". Manvell e Frankl sostengono che sarebbero state usate

diverse espressioni per mascherare l'eliminazione, quali "evacuazione" e

"trasporto" (ibid., pag. 265). In questo modo, come già abbiamo potuto vedere,

— 27 —

le parole troppo scomode non vengono più intese per quello che esse

significano. Questo procedimento conduce a incredibili arbitri, come nel caso

degli ordini impartiti da Heydrich riguardo all'impiego di mano d'opera nei

territori dell'Est. Un altro esempio: l'ordine di Himmler di avviare all'Est tutti i

cittadini espulsi "vale a dire di ucciderli " (ibid., pag. 251). Allo stesso modo si

comporta Reitlinger, quando non ha prove: così a proposito delle

"circonlocuzioni" utilizzate nel processo verbale della Conferenza di Wannsee,

afferma essere evidente "che si progettava la decisione di distruzione lenta di

tutta una razza" (ibid., pag. 126).

Un riesame di tutta la documentazione è importante e discopre il castello

di supposizioni e congetture, assolutamente prive di fondamento, su cui si è

costruita la favola dello sterminio. I Tedeschi, quando si trattava della stesura di

un rapporto, riponevano le attenzioni più meticolose, che tenevano conto fin dei

più piccoli particolari; ma tra tutte le migliaia di carte e documenti delle "SS" e

della "Gestapo", gli atti del "Reichssicherheitshauptamt", gli atti del Quartier

Generale di Himmler e gli ordini personali di Hitler, non si è trovato un solo

ordine riguardante lo stermnio degli Ebrei o di chi per essi. Si vedrà più avanti

come ciò sia stato riconosciuto dal "Centro Mondiale di Documentazione

Ebraica Contemporanea" di Tel Aviv.

Del pari infruttuosi sono i tentativi di trovare "velate allusioni" al

genocidio in discorsi come quello che Himmler tenne a Posen nel 1943 ai suoi

SS-Obergruppenführer (Generali delle SS).

Nel capitolo seguente esamineremo le deposizioni di testimoni al processo

di Norimberga dopo la guerra, deposizioni estorte sicuramente con minacce.

V I PROCESSI DI NORIMBERGA

Alla storia dei Sei Milioni venne dato un riconoscimento giuridico negli

anni tra il 1945 e il 1949 con i Processi di Norimberga contro i gerarchi tedeschi.

Questi processi furono la più vergognosa commedia giuridica della storia. Per

uno studio accurato delle infamie di questi processi, dei quali il Feldmaresciallo

Montgomery disse che d'ora in avanti sarà un crimine perdere la guerra,

rimandiamo il lettore alle opere sotto citate, e soprattutto a quelle

— 28 —

dell'autorevole giurista inglese F.J.P. Veale, Advance to Barbarism, Nelson

1953. Il processo fu condotto, fin dall'inizio, sulla base di grossolani errori

statistici. Nella sua requisitoria del 20 novembre 1945 Mr. Sidney Alderman

dichiarò che nell'Europa occupata dai Tedeschi vivevano 9.600.000 Ebrei. La

nostra precedente indagine ha però dimostrato che questa cifra è assurda. Ci si è

avvicinati a questo totale:

1) con il non tenere assolutamente conto di tutti gli Ebrei emigrati dal 1933 al 1945 e

2) aggiungendo tutti gli Ebrei della Russia, compresi quei 2.000.000 o più

che non furono mai nelle zone sotto influenza tedesca.

Il medesimo totale artificiosamente gonfiato, leggermente arrotondato a

9.800.000, venne presentato al processo Eichmann dal prof. Shalom Baron. I

presunti Sei Milioni di vittime fecero la loro apparizione come base dell'accusa a

Norimberga, e, dopo che la stampa di allora ebbe manipolato la cifra fino ad

arrivare addirittura ad un totale di 10 milioni o più, i Sei Milioni ottennero

infine generale riconoscimento attraverso i mass media internazionali. È da

notare tuttavia che questa cifra spropositata, quantunque abbia trovato credito

nel 1945, al tempo del processo Eichmann, nel 1961, non era più sostenibile. La

corte di giustizia di Gerusalemme si preoccupò di evitare accuratamente il

numero di Sei Mitioni, e la requisitoria di Gideon Haussner parlò

semplicemente di « alcuni milioni ».

A Norimberga non si tenne conto dei principi giuridici

Se qualcuno fosse indotto a credere che lo sterminio degli Ebrei sia stato

confermato a Norimberga con "prove testimoniali" e "documenti", dovrebbe

considerare attentamente lo svolgimento di quei processi, condotti nel più

assoluto spregio di ogni principio giuridico. Le parti lese svolsero il ruolo di

accusatori, giudici e carnefici; il verdetto era conosciuto sin dall'inizio:

"colpevoli" (tra i giudici erano naturalmente anche i Russi, i cui innumerevoli

crimini comprendevano anche l'assassinio di 15.000 ufficiali polacchi, i cui

cadaveri furono scoperti dai Tedeschi nel bosco di Katyn, vicino a Smolensk.

L'accusatore sovietico cercò perfino di incolpare di questa carneficina gli

accusati tedeschi). A Norimberga la sentenza venne emanata sulla base di una

legislazione "ex post facto", cioè creata posteriormente ai "reati" addebitati agli

imputati. Vennero quindi condannati uomini per "delltti" che soltanto lì, a

Norimberga furono dichiarati tali e che soltanto si presumeva che fossero stati

commessi. Fino ad allora, sommo principio giuridico era stato che si potesse

dichiarare colpevole soltanto chi avesse violato una legge già in vigore al

momento del fatto. Nulla poena sine lege.

A Norimberga non venne per nulla tenuta in conto la regolamentazione

per l'accertamento delle prove, sviluppata dalla giurisprudenza britannica

attraverso secoli, tendente a garantire con la maggior certezza possibile la

veridicità e l'autenticità di una accusa. Fu disposto che il tribunale non dovesse

essere vincolato alle prescrizioni tecniche riguardanti le prove ; ma "poteva

accettare qualsiasi prova testimoniale che fosse in qualche modo utile", cioè che

promettesse di favorire la condanna. All'atto pratico ciò significò l'accettazione

di prove e documenti sulla base del "sentito dire", cosa che in normali processi è

respinta come inattendibile. Che prove di questo genere siano state accettate è

— 29 —

di grande importanza; infatti il procedimento della "dichiarazione giurata

scritta" è stato uno degli espedienti principali, grazie a cui poté essere costruita

la favola dello sterminio.

Sebbene nel corso del processo siano stati ascoltati appena 240 testimoni,

il Tribunale di Norimberga accettò a sostegno dell'accusa non meno di 300.000

di queste "dichiarazioni giurate scritte". Naturalmente queste "prove" non

furono fornite sotto giuramento. A questo modo qualsiasi Ebreo evacuato o ex

internato potè produrre, come più gli aggradava, testimonianze che

soddisfacessero la sua sete di vendetta. Ma la cosa più incredibile fu il fatto che

ai difensori degli imputati non fu permesso un contraddittorio con i testimoni

dell'accusa. Una situazione non diversa si ripeté al processo contro Eichmann,

dove, secondo quanto è stato reso noto, il difensore dell'imputato poteva in ogni

momento essere richiamato "se fosse sorta una situazione incresciosa" vale a

dire se al difensore fosse riuscito di dimostrare l'innocenza dell'imputató. La

reale motivazione dei Processi di Norimberga fu denunciata dal giudice

americano Wenersturm, presidente di uno dei Tribunali di Norimberga. Egli fu

a tal punto disgustato dalle procedure di quei processi, che si dimise dal suo

incarico e ritornò in America. Rilasciò al Chicago Tribune una dichiarazione

nella quale espose, punto per punto, le sue obiezioni nei confronti di questo

processo (cfr. Mark Lautern, Das Letzte Wort über Nürnberg, pag. 56).

Riportiamo il testo dei punti da 3 a 8 di quella dichiarazione:

3) I componenti il collegio della Pubblica Accusa, anziché cercare di formulare

e di raggiungere un nuovo sistema giuridico normativo, sono guidati solo dal

loro tornaconto personale e dai loro sentimenti di vendetta.

4) L'accusa compie ogni sforzo per rendere impossibile alla difesa preparare la

causa e procurarsi le prove a discarico necessarie.

5) L'accusa, diretta dal gen. Taylor, ha fatto l'impossibile per impedire che la

corte dellberasse di chiedere a Washington di mettere a disposizione ulteriori

documenti che fossero in possesso del Governo americano.

6) Il 90% deimembri del Tribunale di Norimberga era costituito da persone

prevenute, che, per motivi politici o razziali, appoggiarono l'accusa.

7) L'accusa sapeva benissimo per quale motivo tutti i posti

dell'amministrazione del tribunale militare furono occupati con "Americani"

naturalizzati i cui attestati di immigrazione erano recenti e che in seguito, o

nell'adempimento del loro ufficio o con le loro traduzioni, crearono

un'atmosfera ostile intorno agli imputati.

8) Il vero obiettivo dei Processi di Norimberga era di mostrare ai Tedeschi i

crimini dei loro gerarchi; e questa era anche l'intenzione con la quale erano

stati preparati i processi. Avessi saputo sette mesi prima cosa sarebbe

accaduto a Norimberga, non mi ci sarei mai recato.

Il punto 6, secondo il quale il 90% della corte di Norimberga era composto

da persone che, per motivi politici o razziali, erano prevenute, fu confermato

anche da altri che furono presenti al processo. Secondo Earl Carrol, un avvocato

americano, il 60% del personale al servizio dell'accusatore era composto da

Ebrei tedeschi, che avevano lasciato la Germania dopo la promulgazione delle

leggi razziali hitleriane. Egli osservò, inoltre, che nemmeno il 10% del personale

americano del Tribunale di Norimberga era composto da americani di nascita. Il

capo dell'Ufficio degli Accusatori, dietro il quale agiva il generale Taylor, era

Robert M. Kempner, un immigrato ebreo-tedesco. Il suo collaboratore era

— 30 —

Morris Amchan. Mark Lautern, che fu osservatore ai processi, scrive nel suo

libro: "Sono venuti tutti, i Salomon, i Schlossberger e i Rabinowitsch, membri

degli Uffici della Pubblica accusa... " (ibid., pag. 68). Queste circostanze

dimostrano chiaramente che il principio giuridico fondamentale: " nessuno può

esser giudice in questioni che lo riguardino personalmente " fu del tutto

ignorato. Ma c'è di più: la maggior parte dei testimoni erano Ebrei. Il prof.

Maurice Bardèche, pure lui osservatore al processo, scrisse che "L'unica

preoccupazione di questi testimoni consisteva nel non mostrare apertamente il

loro odio e nel suscitare un'impressione di obiettività" (Nuremberg ou la Terre

Promise Parigi 1948, pag. 149).

Confessioni estorte sotto tortura

Ma particolarmente impressionanti furono i metodi di cui ci si avvalse a

Norimberga per estorcere dichiarazioni e "confessioni di colpevolezza",

soprattutto ai Comandanti delle SS, così da dare solido fondamento all'accusa di

"sterminio". Il senatore americano Joseph McCarthy, in una dichiarazione alla

stampa americana del 20 maggio 1949, attirò l'attenzione su alcuni casi di

tortura. Egli accertò, che nelle carceri di Schwabisch-Hall ufficiali della SS-

Leibstandarte A. Hitler furono percossi a sangue, una volta a terra, incapaci di

ogni reazione, furono loro spappolati gli organi genitali; come nel famigerato

processo Malmedy dove semplici soldati furono appesi al soffitto e quindi

battuti, finché sottoscrissero le "confessioni" che venivano pretese. Sulla base di

simili "confessioni", come quelle del generale delle SS Sepp Dietrich e di

Joachim Peiper, la Leibstandarte fu classificata come "organizzazione

criminale". Il generale delle SS Oswald Pohl, responsabile dell'amministrazione

economica del sistema dei campi di concentramento, fu imbrattato sul viso con

escrementi, e quindi percosso, fino a che non riconobbe le proprie "colpe". A

proposito di questi casi il senatore Mac Carthy comunicò alla stampa: " Io ho

ascoltato testimoni ho letto testimonianze che provano che gli accusati furo no

percossi, maltrattati e sottoposti a torture fisiche, quali solo cervelli malati

possono aver escogitato. Vennero sottoposti a pseudotribunali e a fucilazioni

apparenti. Fu loro raccontato che alle loro famiglie era stata tolta la tessera di

sussistenza. Tutte queste terribili cose accaddero con l'approvazione del

Pubblico Accusatore, con il solo scopo di creare l'atmosfera psicologica idonea

ad estorcere le confessioni necessarie. Se gli Stati Uniti dovessero lasciare

impunite simili azioni vergognose, eseguite da alcune per sone, il mondo intero

potrebbe, a ragione, criticarci e mettere in dubbio per sempre la legittimità dei

nostri motivi e della nostra integrità morale ".

Simili metodi furono ripetuti durante i processi di Francoforte e Dachau, e

molti Tedeschi furono condannati per crimíni accertati sulla base delle loro

"confessioni" Il giudice americano Edward L. van Roden, uno de tre membri

della Simpson Armee Kommission, appositamente costituita per esaminare la

procedura del processo di Dachau, ha svelato, nel giornale di Washingtor Daily

News del 9 gennaio 1949, i metodi con i quali venivano estorte le confessioni. Il

servizio è stato pubblicato anche sul giornale inglese Sunday Pictorial, il 23

gennaio 1949.

L'autore descrive i seguenti metodi: "Gli americani si travestivano da

sacerdote per ascoltare gli accusati nella confessione e impartire loro

— 31 —

l'assoluzione; conficcavano loro fiammiferi accesi sotto le unghie, spezzavano

loro denti e mascelle, li segregavano per lungo tempo in celle buie e li

mantenevano con razioni da fame." Van Roden di chiara inoltre: Le

"confessioni", presentate come prove a carico, furono estorte a uomini che

avevano vissuto per 3, 4 o 5 mesi segregati e al buio... Gli inquisitori coprivana

la testa degli imputati con sacchi neri, e quindi li colpivano al volto con sbarre di

ottone, li calpestavano, li per cuotevano con manganelli... A tutti i 139 Tedeschi

sottoposti a processo, meno che a due, i testicoli erano stati a tal punto percossi,

che non poterono più guarire. Questo era il normale trattamento usato dai

nostri inquirenti americani. "

Gli inquirenti "americani" responsabili di tali atrou cità sono: il tenente

Burton F. Ellis (capo del Comitato per i Criminali di Guerra) e il suo assistente,

capitano Raphael Shumaker, il tenente Robert E. Byrne, sottotenenti William R.

Perl, Morris Ellowitz, Harry Thon e Kirschbaum. Il consulente legale della corte

era il colonnello A.H. Rosenfeld. Il lettore capirà subito, dai loro nomi, che la

maggioranza di questi individui era, per usare le parole del giudice

Wernersturm, "prevenuta per motivi razziali ": erano, cioè, Ebrei, e pertanto

mai avrebbero dovuto condurre una simile indagine.

Nonostante il fatto che "confessioni" riguardanti lo sterminio di Ebrei

siano state estorte in simili circostanze le deposizioni rese al Processo di

Norimberga vengonó considerate prove definitive dell'uccisione dei Sei Milioni

da autori come Reitlinger ed altri; e inoltre si mantiene ancora l'illusione che i

processi furono imparziali e condotti secondo le regole. Il generale Taylor, capo

del collegio di accusa, richiesto su come fosse giunto al numero di Sei Milioni,

rispose di basarsi, per le sue valutazioni, sulle confessioni del generale delle SS

Otto Ohlendorf. Questi era stato parimenti torturato. Noi esamineremo più

avanti il suo caso. Ma per quanto riguarda simili "confessioni", in generale non

possiamo far di meglio che citare la relazione del giudice van Roden, apparsa sul

giornale britannico Sundial Pictorial: " Uomini robusti furono ridotti a rottami

umani, pronti a mormorare qualsiasi confessione che il publico Ministero avesse preteso. "

La deposizione di Wisliceny

A questo punto dobbiamo esaminare alcuni documenti del Processo di

Norimberga. Il documento più spesso citato, per sostenere la favola dei Sei

Milioni, è riportato nel libro di Poliakov e Wulf, Das Dritte Reich und die

Juden: Dokumente und Aufsätze: è la dichiarazione del capitano delle SS Dieter

Wisliceny, assistente di Eichmann e più tardi capo della Gestapo in Slovacchia.

Egli subì torture ancora peggiori di quelle sopra descritte, poiché cadde nelle

mani dei comunisti cechi, e fu "interrogato" in un carcere di Bratislava,

controllato dai sovietici. Wisliceny era ridotto a un rottame, in preda a crisi di

pianto fino alla sua esecuzione capitale. Tutto questo, naturalmente, toglie ogni

credribilità alla sua deposizione, ma Poliakov non se ne cura e scrive

semplicemente: "In carcere scrisse alcune memorie, contenenti informazioni di

grande interesse" (Harvest of Hate, pag. 3). Queste memorie comprendono

alcune dichiarazioni tendenti a renderle credibili, come: "Himmler era un

fautore entusiasta dell'emigrazione ebraica", oppure "L'emigrazione degli Ebrei

continuò anche durante la guerra"; ma le memorie rappresentano

— 32 —

complessivamente, una delle tipiche "confessioni" spettacolari, che fanno parte

della messa in scena dei grandi processi in URSS. Spesso si fa riferimento ad

uccisioni di Ebrei, delle quali vengono incolpati soprattutto ufficiali delle SS.

Frequenti sono errate ricostruzioni di fatti, come soprattutto la famigerata

asserzione che, in seguito all'invasione della Polonia, più di 3 milioni di Ebrei

caddero sotto la giurisdizione tedesca (affermazione che più sopra abbiamo

dimostrato essere falsa).

Le "Einsatzgruppen"

La deposizione di Wisliceny tratta particolareggiatamente le azioni delle

"Einsatzgruppen" durante la campagna di Russia. Dobbiamo occuparci anche di

questo argomento, perché a Norimberga se ne è data un'immagine

paragonabile, in piccolo, a quella dei "Sei Milioni". è stato tuttavia dimostrato

che anche qui siamo di fronte a incredibili esagerazioni e falsificazioni.

Le Einsazgruppen erano 4 unità speciali, formate con clementi della

Gestapo e del SD [SS-Sicherheitsdienst]: loro compito era di eliminare, nel

corso dell'avanzata delle armate tedesche, partigiani e commissari comunisti.

Già nel 1939 all'Armata Rossa erano stati assegnati 34.000 commissari politici.

Le azioni delle Einsatzgruppen furono, al Processo di Norimberga, l'oggetto

particolare dell'accusatore sovietico Rudenko. Nel 1947 le 4 Einsatzgruppen

furono condannate perché, nello svolgimento della loro missione, avrebbero

ucciso in Russia non meno di l.000.000 di Ebrei, solo perché erano Ebrei

sovietici. Da allora queste affermazioni sono state alquanto "rielaborate".

Adesso si sostiene che l'eliminazione degli Ebrei sovietici costituiva la prima

fase del progetto di sterminio totale degli Ebrei, mentre la seconda fase sarebbe

stata la deportazione degli Ebrei europei in Polonia. Reitlinger ammette che

l'espressione "soluzione finale della questione ebraica" si riferiva all'emigrazione

e che non aveva nulla a che vedere con lo sterminio degli Ebrei; ma poi sostiene

che la "politica di sterminio" cominciò al tempo della campagna di Russia nel

1941. Egli esamina l'ordine di Hitler del luglio 1941, riguardante l'eliminazione

dei commissari comunisti e ne conclude che tale ordine fosse accompagnato

dall'istruzione orale di eliminare tutti gli Ebrei sovietici (La Soluzione Finale,

cit., pagg. 106-107). Questa supposizione su null'altro si basa che sulla

inattendibile deposizione di Wisliceny, storicamente e giuridicamente senza

alcun valore, secondo la quale le Eisantzgruppen avrebbero ricevuto l'ordine di

provvedere, oltre che all'annientamento di partigiani e comunisti, allo sterminio

di tutti gli Ebrei sovietici. Occorre rilevare che ancora una volta viene supposto

che un presunto "ordine orale" di Hitler abbia accompagnato un suo ordine

scritto. C'è però un'altra affermazione di Reitlinger, nebulosa e indimostrabile

anch'essa. Un precedente ordine di Hitler, datato marzo 1941 e firmato dal

Feldmaresciallo Keitel, precisa chiaramente che il Reichsfuhrer SS Himmler era

stato incaricato di preparare il terreno alla amministrazione politica, missione

connessa con la lotta che dovrà essere condotta fra i due opposti sistemi politici

» (Manvell e Frankl, ibid., pag. 115). Questo si riferisce chiaramente

all'eliminazione dei comunisti, soprattutto dei commissari politici, il cui

compito specifico era l'indottrinamento comunista.

  • 33 —

Il processo Ohlendorf

Il processo più rivelatore sull'affare delle Einsatzgruppen a Norimberga, fu

quello del generale delle SS Otto Ohlendorf, capo del SD, e comandante della

Einsatzgruppe D, che era stata assegnata all'Armata del Feldmaresciallo von

Manstein, in Ucraina. Durante l'ultimo periodo della guerra Ohlendorf lavorò

come esperto di commercio estero al Ministero dell'Economia. Ohlendorf fu

anche sottoposto a tutte le torture e maltrattamenti sopra descritti. Nella sua

dichiarazione giurata del 5 novembre 1945 fu "persuaso" a confessare che solo

sotto il suo comando sarebbero stati uccisi circa 90.000 Ebrei. Il processo

contro Ohlendorf, non ebbe luogo che nel 1948, molto tempo dopo il processo

principale di Norimberga, ed egli affermò insistentemente che le sue precedenti

confessioni gli erano state estorte con la tortura. Nella sua deposizione

Ohlendorf approfittò dell'occasione, per rivelare tutte le infamie di Philipp

Auerbach, un Ebreo segretario di stato per l'indennizzo delle vittime del

Nazionalsocialismo presso lo Stato di Baviera, il quale pretendeva un

risarcimento per 11.000.000 di Ebrei, che avrebbero sofferto in campi di

concentramento tedeschi. Ohlendorf si oppose a questa pretesa, definendola

ridicola e assurda, e dichiarò che neppure una piccolissima parte di coloro, per i

quali veniva richiesto il risarcimento, aveva mai visto un campo di

concentramento. Ohlendorf visse abbastanza per assistere, prima della sua

esecuzione, alla condanna di Auerbach, nel 1951, per frode e falso (falsificazione

di documenti per ottenere risarcimenti in favore di persone che non erano mai

esistite). Ohlendorf dichiarò alla Corte che le sue unità dovettero spesso

intervenire per impedire che Ebrei venissero massacrati da gruppi di Ucraini

antisemiti e che le Einsatzgruppen non avevano eliminato neppure la quarta

parte del numero denunciato al processo. Sottolineò, inoltre, che in Russia la

guerriglia illegale dei partigiani, che egli doveva combattere, causò all'esercito

regolare tedesco un numero di perdite notevolmente superiore, come venne

anche confermato dal governo sovietico, che si fece un vanto della morte di

500.000 soldati tedeschi, uccisi da partigiani. Anche Franz Stahlecher,

comandante della Einsatzgruppe A nei paesi baltici e nella Russia Bianca, fu

ucciso da partigiani nel 1942. Il giurista inglese F.J.P. Veale dichiarò, in

connessione con le Einsatzgruppen, che in Russia non era possibile stabilire una

differenza fra chi apparteneva ai partigiani e chi alla popolazione civile, perché

ogni cittadino russo che volesse vivere tranquillo e pacifico, senza partecipare

agli atti di terrorismo, veniva ucciso dai partigiani, alla stregua di un traditore.

Veale scrive, a proposito delle Einsatzgruppen: È fuori di discussione che le

Einsatzgruppen avevano l'ordine di "combattere il terrore con il terrore" , e

trova strano che gli orribili crimini dei partigiani siano considerati azioni

eroiche, solo perché compiuti dai vincitori (ibid., pag. 223). Ohlendorf era della

medesima opinione, e in un suo sdegnato scritto, prima della sua esecuzione

(assassinio), accusò gli Alleati di menzogna e ipocrisia, perché i Tedeschi furono

tratti a giudizio per non aver rispettato le leggi della guerra convenzionale,

mentre combattevano contro un nemico selvaggio, che tali leggi violava.

Deformazione della verità sulle esecuzioni fatte dalle Einsatzgruppen

L'accusa sovietica, secondo la quale le Einsatzgruppen avrebbero

intenzionalmente ucciso, durante le loro operazioni, 1.000.000 di Ebrei, si è

dimostrata una grossolana montatura. Tale numero, infatti, non è mai stato

— 34 —

confortato da alcun dato statistico. Poliakov e Wulf citarono, a questo proposito,

la dichiarazione dell'ambiguo Wilhelm Hoettl, spia americana, doppio agente,

già assistente di Eichmann. Hoettl, come già abbiamo ricordato, dichiarò che

Eichmann " gli aveva raccontato che 6 milioni di Ebrei erano stati eliminati, e

aggiunse che 2.000.000 di questi Ebrei erano stati uccisi dalle sole Einsatzgruppen."

Questa assurda cifra, superiore perfino alle più folli congetture

dell'accusatore sovietico Rudenko, non fu creduta nemmeno dalla corte

americana che condannò Ohlendorf. Il numero effettivo delle perdite di vite

umane, delle quali le "Einsatzgruppen" furono responsabili, è stato finalmente

svelato nell'opera dell'abile giurista inglese R.T. Paget, Manstein, his

Campaigns and his Trial (Londra 1951). Ohlendorf aveva già agito sotto

l'autorità nominale di Manstein. Paget giunge alla conclusione che il Tribunale

di Norimberga, accettando le cifre dell'accusa sovietica, ingrossò il numero delle

perdite per più del 1000%, distorcendo del tutto le circostanze nelle quali esse

accaddero. (Di queste grossolane deformazioni si occupano sei pagine del libro

di William Shirer, The Rise and Fall of the Third Reich, pagg. 1140-46.) Qui

compare un caso simile ai leggendari "Sei Milioni", sebbene in formato ridotto:

non 1.000.000 di morti, ma 100.000. Naturalmente solo una piccola parte di

questi partigiani o prigionieri comunisti potevano essere Ebrei.

Bisogna ancora ripetere che queste perdite umane avvennero nel corso di

una spietata guerra partigiana sul fronte orientale e che i terroristi sovietici

affermarono di aver ucciso un numero di soldati tedeschi 5 volte superiore a

quello delle loro perdite. E tuttavia si continua a raccontare che l'eliminazione

degli Ebrei cominciò con l'impiego in Russia delle "Einsatzgruppen".

Per concludere, vogliamo prendere brevemente in esame il processo di von

Manstein, così simile, per ciò che riguarda i metodi usati, al Processo di

Norimberga. Soltanto perché fu a capo della Einsatgruppe D (della quale

tuttavia il solo responsabile era Himmler), von Manstein, quest'uomo malato, di

62 anni, riconosciuto dalla maggior parte degli specialisti come il miglior

stratega tedesco dell'ultima guerra, fu sottoposto ad un umiliante e disonorevole

processo per "crimini di guerra". Dei 17 capi d'accusa, 15 furono presentati dal

governo comunista dell' Unione Sovietica e due dal governo comunista della

Polonia. Al processo fu ammesso un solo testimone, a sostegno dell'accusa: ma

la sua deposizione fu così insoddisfacente, che dovette essere respinta. Furono

invece accettate 800 dichiarazioni giurate, che spesso si basavano sul "sentito

dire", senza che la corte ne controllasse l'autenticità o l'identità di chi le aveva

rilasciate. L'accusa presentò dichiarazioni giurate di Ohlendorf e altri

comandanti delle SS, ma, poiché questi uomini erano ancora in vita, il difensore

di von Manstein, Reginald Paget K.C., chiese che essi si presentassero come

testimoni. Tale richiesta fu però respinta dalle autorità americane, e Paget

spiegò il motivo del rifiuto con la paura che i testimoni rivelassero davanti al

tribunale i metodi con i quali erano state loro estorte le dichiarazioni giurate.

Von Manstein fu assolto da 8 punti d'accusa (tra i quali i due capi d'accusa di

parte polacca), perché, come disse Paget, essi erano palesi menzogne, e ci si

doveva meravigliare che fossero stati presentati.

  • 35 —

Il Processo Oswald Pohl

Il caso delle Einsatzgruppen ci consente di farci una idea dei metodi del

Tribunale di Norimberga e della fabbricazione della favola dei Sei Milioni. Un

altro esempio ci è dato dal processo contro Oswald Pohl nel 1948: si tratta, qui,

dell'amministrazione del sistema dei campi di concentramento. Pohl diresse,

fino al 1934, l'amministrazione finanziaria della marina militare tedesca, poi

Himmler chiese il suo trasferimento nelle SS. Per 11 anni fu il responsabile

principale dell'amministrazione delle SS, nelle sue funzioni di capo dell'Ufficio

Centrate Economico e Amministrativo delle SS (SS-Wirtschafts-und

Verwaltungsamt), ufficio che dal 1941 si occupò anche della produttività

industriale dei campi di concentramento. Il colmo dell'ipocrisia fu raggiunto,

durante il processo, quando l'accusa dichiarò: "Se la Germania si fosse

accontentata di espellere gli Ebrei dal suo territorio, o di toglier loro la

cittadinanza tedesca, o di escluderli da tutti gli uffici pubblici, o di cose simili,

nessun'altra nazione avrebbe avuto qualcosa da ridire". La verità è però che la

Germania fu aggredita da una campagna oltraggiosa e da rappresaglie

economiche, proprio perché fece queste cose; e inoltre le misure interne contro

gli Ebrei furono sicuramente uno dei motivi fondamentali che spinse le

"democrazie" a dichiarare guerra.

Oswald Pohl era una persona sensibile e colta, ma nel corso dell'istruzione

del suo processo era diventato un uomo distrutto. Come rivelò il senatore

McCarthy, solo dopo essere stato sottoposto a gravi torture, Pohl sottoscrisse le

dichiarazioni che lo condannavano, tra cui la ridicola affermazione di aver visto

una camera a gas ad Auschwitz nel 1944. Il collegio d'accusa richiamò

l'attenzione proprio su questo punto, ma Pohl respinse questa accusa con

successo. Obiettivo dell'accusa era di presentare quest'uomo, distrutto e

abbattuto, come il diavolo insembianze umane; tentativo senza speranza, di

fronte alle testimonianze di chi lo conobbe.

Una testimonianza di questo genere fu fatta anche da Heinrich Hoepker,

un antinazista, amico della moglie di Pohl, il quale tra il '42 e il '45 fu in stretti

rapporti con lui. Hoepker sottolineò che Pohl era un uomo serio e tranquillo.

Nella primavera del '44, durante una visita a Pohl, Hoepker venne a contatto

con internati in campi di concentramento, che lavoravano al di fuori del campo.

Egli potè osservare come essi lavorassero calmi e rilassati, senza essere vessati

dai loro guardiani. Hoepker dichiarò che Pohl non era prevenuto contro gli

Ebrei, e che non aveva nulla in contrario quando sua moglie riceveva in casa la

sua amica ebrea Annemarie Jacques. All'inizio del 1945, Hoepker era

pienamente convinto che l'amministratore dei campi di concentramento

assolvesse con umanità, scrupolo e fedeltà il suo incarico, e rimase sorpreso

quando più tardi, nel 1945, venne a conoscenza dell'accusa mossa contro Pohl e

i suoi collaboratori. La signora Pohl asserì che suo marito, nonostante difficoltà

e impedimenti, conservò la sua serenità fino al marzo 1945, quando visitò il

Lager di Bergen-Belsen, dove allora infuriava una epidemia di tifo. Fino ad

allora il Lager era stato un modello di pulizia e ordine, ma la caotica situazione

che venne a determinarsi verso la fine della guerra in Germania aveva avuto

conseguenze disastrose per gli internati di Bergen-Belsen. A Pohl fu impossibile

migliorare colà la situazione: profondamente scosso dal tragico corso della fase

— 36 —

finale della guerra e turbato da quella visita non riuscì più, secondo la

testimonianza di sua moglie, a riacquistare l'energia di un tempo.

Il Dr. Alfred Seidl, l'autorevole difensore nel processo di Norimberga,

lavorò appassionatamente per ottenere l'assoluzione di Pohl. Seidl era da anni

un amico dell'accusato ed era completamente convinto della sua innocenza,

riguardo alle false accuse di aver attuato il piano di sterminio degli Ebrei. La

sentenza di condanna degli Alleati non poté indurre Seidl a mutare opinione.

Egli dichiarò che l'accusa non era riuscita a presentare nemmeno una prova

testimoniale valida contro Pohl.

Una delle più belle difese in favore di Oswald Pohl fu fatta dal tenente

colonnello delle SS Kurt Schmidt-Klevenow, addetto legale Juristischer Beamter

dell'Ufficio Economico e amministrativo delle SS (SS Wirtschafts- und

Verwaltungsamt), con la sua dichiarazione giurata dell'8 agosto 1947. Questa

dichiarazione giurata fu intenzionalmente omessa nei documenti ufficiali

pubblicati con il titolo Processi contro i criminali di guerra del tribunale militare

di Norimberga 1946-I949. Schmidt-Klevenow sostenne che Pohl aveva dato il

suo pieno appoggio al giudice Konrad Morgen dell'Ufficio di Polizia Criminale

del Reich, che era stato incaricato di indagare su eventuali irregolarità nei campi

di concentramento.

Più avanti ritorneremo ancora sul caso del comandante di Lager Kock

incriminato da un tribunale delle SS per cattiva conduzióne, e per il quale anche

Pohl aveva approvato la pena capitale. Schmidt-Klevenow dichiarò che Pohl si

era adoperato affinché le autorità locali di polizia assumessero direttamente la

giurisdizione sui campi e intervenissero personalmente per assicurare una

severa disciplina del personale dei Lager. Le dichiarazioni dei testimoni nel

processo Pohl mostrano chiaramente che il processo non fu altro che la

diffamazione premeditata di un uomo integro, col solo fine di dare un

fondamento alla favola propagandistica dello sterminio di Ebrei nel campi di

concentramento che egli amministrava.

Testimonianze falsificate e dichiarazioni giurate menzognere

Le false testimonianze al Processo di Norimberga e le dichiarazioni

assurde che avvaloravano la favola dei Sei Milioni, furono ottenute sotto

coercizione da ex ufficiali tedeschi, sia, come si è già detto, attraverso terribili

torture, sia con l'assicurazione che avrebbero ricevuto una pena ridotta, se

avessero sottoscritto le dichiarazioni richieste. Di questo secondo caso un

esempio è dato dalla deposizione del generale delle SS Erich von dem Bach-

Zelewski. Egli fu minacciato di venire condannato alla pena di morte per aver

soffocato, con la sua brigata di Russi Bianchi delle SS, la rivolta dei partigiani

polacchi a Varsavia, nell'agosto del 1944. Egli venne pertanto "preparato" a

"collaborare". La deposizione di Bach-Zelewski costituì la prova testimoniale

fondamentale contro il Reichsführer delle SS, Heinrich Himmler, nel processo

principale di Norimberga (Trial of the Maior War Criminals, vol. IV, pagg 29,

36). Nel marzo 1941, alla vigilia della campagna di Russia, Himmler invitò nel

suo castello Wewelsburg, per una conferenza, tutti i comandanti superiori delle

SS, incluso Bach-Zelewski, profondo conoscitore della guerra partigiana. Nella

sua deposizione a Norimberga, egli diede ad intendere che Himmler avesse

parlato ampiamente dello sterminio dei popoli dell'Europa orientale; ma in aula

— 37 —

Goering gli rinfacciò la menzogna. Sempre appoggiandosi a presunte

dichiarazioni di Himmler, Bach-Zelewski affermò che uno degli obiettivi della

campagna era "di ridurre la popolazione slava di 30 milioni di unità ". Ciò che

Himmler disse veramente fu riferito dal suo Capo di Stato Maggiore: la guerra

in Russia sarebbe costata milioni di morti (Manwell e Frankl, ibid., pag. 117).

Un'altra palese menzogna fu l'affermazione di Bach-Zelewski, secondo cui

Himmler avrebbe quasi perduto i sensi, assistendo il 31 agosto 1942 ad una

esecuzione di 100 Ebrei da parte di una Einsatzgruppe a Minsk. è noto, infatti,

che Himmler in quel periodo si trovava nel suo quartier generale di Zhitomir, in

Ucraina, per una conferenza (cfr. K. Vowinckel, Die Wehrmacht im Kampf, vol.

IV, pag. 275).

Le deposizioni di Bach-Zelewski hanno fornito abbondante materia a molti

libri su Himmler, soprattutto all'opera di Willi Frischauer Himmler: Evil

Genius of the Third Reich, Londra 1953, pagg. 148 segg.

Bach-Zelewski, però, smentì pubblicamente la sua deposizione di

Norimberga nell'aprile del 1959, davanti a una corte tedesco-occidentale. Egli

ammise che le sue precedenti deposizioni non corrispondevano per nulla ai fatti

e che le aveva fatte per salvarsi. Dopo un attento esame la corte tedesca accettò

la ritrattazione.

Ma tutto questo fu senza risultato: la "cortina di ferro del silenzio

discreto", come la chiama Veale, calò su tutta questa faccenda. La verità non ha

influenzato gli autori di libri che diffondono la favola dei Sei Milioni, e le

deposizioni di Bach-Zelewski vengono sempre utilizzate come prove contro

Himmler. La verità su Himmler fu invece rivelata, da un antinazista, Felix

Kersten, medico personale e massaggiatore del Reichsfuhrer delle SS. Poiché

era un avversario del regime, Kersten è incline a sostenere la leggenda che

l'internamento degli Ebrei significasse la loro eliminazione. Ma per le sue

personali conoscenze nell'ambiente di Himmler, non può far altro che

raccontare la verità su di lui. Nelle sue "Memorie 1940-1945" (Londra 1946,

pagg. 119 sgg.) sottolinea che Himmler non preconizzava l'annientamento degli

Ebrei, bensi una loro emigrazione oltremare. Allo stesso modo scagiona Hitler.

Tuttavia la credibilità di questo antinazista si dissolve, quando, cercando un

capro espiatorio qualsiasi, afferma che il vero fautore dello "sterminio" sarebbe

stato il dr. Goebbels. Una simile assurda affermazione è contraddetta dalla

semplice con- statazione che Goebbels era ancora impegnato con il "Progetto

Madagascar", quando esso fu temporaneamente archiviato dal "Ministero degli

Affari Esteri" della Germania come già abbiamo dimostrato. Tanto basti al

riguardo delle false prove presentate a Norimberga. Sono state prese in

considerazione anche le molte migliaia di false "dichiarazioni giurate scritte",

che vennero accolte dalla corte di Norimberga, senza che si esaminasse

attentamente la veridicità del contenuto o la personalità degli autori.

Questi "documenti del sentito dire", spesso assurdi, vennero accettati

come "prove testimoniali", solo che portassero una firma. Tipica dichiarazione

giurata, presentata dall'accusa durante un processo del 1947, fu quella di Alois

Hoellriegel, membro del personale del campo di concentramento di

Mauthausen, in Austria. La difesa sottopose ad un attento esame la

dichiarazione giurata e dimostrò che essa era stata fabbricata mentre

Hoellriegel era sottoposto a tortura. Tuttavia era servita per far condannare il

generale delle SS Ernst Kaltenbrunner, nel 1946. Si diceva che a Mauthausen

— 38 —

aveva avuto luogo una gassazione in massa e che Hoellriegel aveva visto che

Kaltenbrunner (la più alta autorità SS dopo Himmler) vi prendeva parte. Ma un

anno più tardi, al tempo dei processi sui campi di concentramento (Processo

Pohl), diventò impossibile continuare a sostenere una tale assurda dichiarazione

quando la si presentò di nuovo al Tribunale. La difesa dimostrò non solo che la

dichiarazione era stata falsificata, ma anche che tutti i casi di morte a

Mauthausen erano stati sistematicamente controllati dalla polizia locale e

riportati in un apposito registro, uno dei pochi che potè essere salvato e che

servì come prova alla difesa. Così come numerosi ex internati di Mauthausen

(un Lager destimato principalmente a criminali) testimoniarono che il

trattamente era umano e conforme ai regolamenti.

Inverosimili accuse degli Alleati

Non c'è una testimonianza più eloquente della tragedia e della tirannia di

Norimberga che il doloroso stupore e la penosa incredulità degli accusati stessi

di fronte alle grottesche accuse che venivano loro rivolte. Ciò appare chiaro nella

dichiarazione del generale di brigata delle SS Heinz Fanslau, che aveva

personalmente visitato, durante gli ultimi anni di guerra, la maggior parte dei

campi di concentramento. Sebbene fosse ufficiale al fronte, Fanslau aveva

sempre mostrato grande interesse alle condizioni di vita nei campi di

concentramento. Diventò uno degli obiettivi principali degli Alleati e fu accusato

di aver cospirato per lo sterminio degli Ebrei. Appena fu reso noto che sarebbe

stato giudicato e condannato, giunsero centinaia di dichiarazioni giurate in suo

favore, da parte di ex internati che egli aveva visitati. Dopo aver letto il testo

dell'accusa contro il personale dei campi di concentramento al Processo

supplementare nr. 4, a Norimberga, 6 maggio 1947, Fanslau dichiarò: " Non è

possibile, altrimenti io avrei pur dovuto saperne qualcosa! "

Deve essere sottolineato che durante tutto il corso del "Processo di

Norimberga", in nessun momento i gerarchi tedeschi sotto accusa credettero

alle accuse che venivano loro mosse dagli Alleati. Hermann Goering,

particolarmente esposto agli attacchi della più isterica propaganda, non si lasciò

mai convincere. Hans Fritzsche, sotto accusa come il più alto funzionario del

Ministero di Goebbels, dice che Goering, anche dopo aver ascoltato la

dichiarazione di Ohlendorf sulle "Einsatzgruppen" e la testimonianza di Hoess

su Auschwitz, rimase convinto che lo sterminio degli Ebrei fosse una pura

invenzione propagandistica (The Sword in the Scales, Londra 1953, pag. 145).

Una volta Goring dichiarò davanti alla corte, in tono molto irritato, che gli

toccava di sentire simili cose "per la prima volta qui a Norimberga" (Shirer,

ibid., pag. 1147). Gli autori ebrei, Poliakov, Reitlinger, Manvell e Frankl cercano

di coinvolgere Goering in questo presunto "piano di sterminio", ma Charles

Bewley, nella sua opera Hermann Göring (Göttingen 1956), mostra come a

Norimberga non fosse stata trovata nemmeno una prova che confermasse tale

accusa. Hans Fritzsche almanaccò, durante tutto il processo, su questa

questione e giunse alla conclusione che non erano state fatte adeguate indagini

per verificare questa assurda accusa.

Fritzsche, che poi fu assolto, era uomo di fiducia di Goebbels ed un

eccellente propagandista. Comprese subito che il presunto sterminio degli Ebrei

sarebbe stato il capo d'accusa principale per tutti gli imputati. Kaltenbrunner,

— 39 —

successore di Heydrich come capo del Reichs Sicherheits-Hauptamt (Ufficio

Centrate di Sicurezza del Reich) e che fu l'accusato principale delle SS, in

seguito alla morte di Himmler, non era più convinto di Goering della fondatezza

dell'accusa di genocidio. Egli confidò a Fritzsche che l'accusa aveva

necessariamente bisogno di un successo e che pertanto avrebbe usato la tecnica

della coercizione esercitata sui testimoni e della soppressione delle prove a

discarico: esattamente quanto il giudice Wenersturm e van Roden avevano

rimproverato al Tribunale di Norimberga.

VI AUSCHWITZ E GLI EBREI POLACCHI

Il campo di concentramento di Auschwitz vicino a Cracovia nell'Alta Slesia,

oggi Polonia, è rimasto il centro del presunto sterminio di milioni di Ebrei.

Vedremo più avanti che dopo la guerra nelle zone britannica e americana

nessun sincero osservatore potè accertare la presenza di camere a gas nei campi

di concentramento tedeschi, come Dachau o Bergen-Bclsen. L'attenzione,

pertanto, fu rivolta ai campi di concentramento dell'Est, particolarmente ad

Auschwitz. Si sostenne che lì ci fossero effettivamente camere a gas: purtroppo

questi campi erano tutti nel territorio occupato dai Russi, cosicché nessuno poté

verificare la fondatezza di simili affermazioni. I Russi, fino a 10 anni dopo la

guerra, non permisero a nessuno di visitare Auschwitz: ebbero quindi tutto il

tempo di modificare gli impianti e l'aspetto del campo, in modo che potesse

sembrare verosimile che là erano stati sterminati milioni di persone. Chi

dovesse mettere in dubbio che i Russi siano capaci di una tale falsificazione,

pensi a quei grandi monumenti che furono innalzati nei luoghi dove migliaia di

uomini furono assassinati dalla polizia segreta di Stalin e le cui epigrafi

affermano trattarsi delle vittime della Seconda Guerra Mondiale, uccise dalle

truppe tedesche. In verità Auschwitz non era altro che il più grande e più

importante campo di concentramento industriale, dove si produceva ogni specie

di materiale per l'industria bellica. Il campo comprendeva fabbriche per carbone

sintetico e gomme della I.G. Farben lndustrie, la cui mano d'opera era costituita

— 40 —

dagli stessi internati. Inoltre vi era una stazione di ricerca per l'agricoltura, vivai

di piante, allevamenti di bestiame, fabbriche di armamenti della Krupp.

Abbiamo già detto che iniziative del genere rappresentavano la funzione

principale di tutti i campi di concentramento. Tutte le grandi industrie vi

avevano succursali, e le SS aprirono addirittura delle proprie fabbriche. I

resoconti delle visite di Himmler mostrano che lo scopo principale delle sue

ispezioni era quello di esaminare e verificare l'efficienza dell'attività industriale.

Quando nel marzo 1941, accompagnato da dirigenti della I.G. Farben, visitò

Auschwitz, non mostrò alcun interesse per il Lager come campo di

internamento, ma ordinò che il campo fosse ingrandito, per poter accog]iere

100.000 prigionieri, da destinare alla produzione della I.G. Farben. Ciò non si

concilia con una politica di sterminio di milioni di prigionieri.

Milioni e ancora milioni

Ma è stato affermato che in questo solo Lager, sarebbero stati sterminati

più della metà dei Sei Milioni; alcuni parlano addirittura di 4 o 5 milioni.

Quattro milioni è stata la cifra sensazionale resa nota dal governo sovietico dopo

un accurato "sopraluogo", nel momento stesso che cercavano di far ricadere sui

Tedeschi la responsabilità dell'eccidio di Katyn. Reitlinger ammette che tutte

queste informazioni provengono dai governi dell'Europa orientale: Le

testimonianze che riguardano i campi di sterminio in Polonia furono raccolte

principalmente dopo la guerra dalla Commissione statale polacca e dalla

Commissione Centrale di Storia Ebraica della Polonia (La Soluzione finale, cit.,

pag. 651). Tuttavia non fu mai presentato alcun testimone oculare vivente di

queste "gassazioni" né tanto meno riconosciuto legalmente. Benedikt Kautsky,

che visse sette anni in campi di concentramento, tre anni dei quali proprio ad

Auschwitz, nel suo libro Teufel und Verdammte (Zurigo, 1946) afferma che

"non meno di 3.500.000 Ebrei sarebbero stati uccisi ad Auschwitz ". È una

dichiarazione molto strana, poiché egli ammette di non aver mai visto camere a

gas. Kautsky scrive: "Sono stato nei grandi campi di concentramento tedeschi.

Tuttavia devo ammettere la verità: mai, in nessun campo, ho visto qualcosa di

simile a una camera a gas" (pagg. 272-273). L'unica esecuzione a cui assistette fu

quella di due Polacchi, colpevoli di aver assassinato due internati ebrei. Kautsky,

che nell'ottobre del 1942 fu trasferito da Buchenwald ad Auschwitz-Buma,

sottolinea nel suo libro che l'utilizzazione di prigionieri nell'industria bellica è

stata uno degli obiettivi principali della politica dei campi di concentramento

fino alla fine della guerra. Ma tralascia di conciliare questo fatto con la presunta

politica di sterrninio degli Ebrei. I presunti eccidi avrebbero avuto luogo ad

Auschwitz, tra il marzo 1942 e l'ottobre 1944. Per uccidere in 32 mesi la metà

dei Sei Milioni, cioè 3 milioni di Ebrei, i Tedeschi avrebbero dovuto eliminare

94.000 persone al mese all'incirca 3.350 al giorno, 24 ore su 24 ore per più di

due anni e mezzo e sbarazzarsi poi dei cadaveri. La menzogna è talmente

ridicola, che non vale nemmeno la pena di confutarla.

E tuttavia Reitlinger sostiene che Auschwitz era attrezzato in modo da

poter quotidianamente sterminare non meno di 6.000 persone. Ciò

significherebbe, calcolando tutti i giorni fino all'ottobre 1944, una cifra

complessiva di più di 5.000.000.

— 41 —

Ma simili valutazioni impallidiscono se confrontate con le fantasticherie di

una Olga Lengyel (Five Chimmeys, Londra 1959) . L'autrice sostiene di essere

una ex internata di Auschwitz e assicura che questo "Lager" poteva cremare non

meno di « 720 uomini all'ora »; cioè «17.280 al giorno». Aggiunge che altre

8.000 persone venivano bruciate, ogni giorno, in "fosse della morte", e che

pertanto "dovevano essere rimossi, quotidianamente, più di 24.000 cadaveri, in

cifra tonda" (pagg. 80-81).

Tutto ciò significherebbe più di 8.500.000 vittime all'anno. Ad Auschwitz,

pertanto sarebbero stati "liquidati", dal marzo 1942 all'ottobre 1944, più di

21.000.000 di persone. Sei milioni più di tutta la popolazione ebraica mondiale.

Ogni commento è superfluo.

Benché si supponga che soltanto ad Auschwitz sarebbero morti alcuni

milioni di persone Reitlinger deve concedere che nel periodo tra il gennaio 1940

e il febbraio 1945 nei registri del campo erano iscritti soltanto 363.000 internati

(The SS Alibi of a Nation, pagg. 268 sgg.), e non tutti erano Ebrei.

È stato spesso scritto, che molti prigionieri non furono mai registrati, ma

nessuno è mai riuscito a dimostrarlo. Anche nel caso che i prigionieri non

registrati fossero stati tanti quanti quelli registrati, avremmo un numero

complessivo di 750.000 certo non sufficiente per giungere ad eliminare 3 o 4

milioni. Un gran numero di internati fu rimesso in libertà durante la guerra o fu

trasferito altrove; infine 80.000 internati furono evacuati nel gennaio 1945,

prima dell'arrivo dell'Armata Rossa.

Un solo esempio sarà sufficiente per mostrare le follie statistiche

riguardanti i decessi ad Auschwitz. Shirer afferma che nell'estate del 1944

sarebbero stati uccisi, nel giro di neanche 46 giorni, non meno di 300.000 Ebrei

ungheresi (ibid., pag. 1156). Vale a dire quasi l'intera popolazione ebraica

dell'Ungheria (che ammontava a circa 380.000). Ma secondo l'Istituto Centrale

di Statistica di Budapest, nel 1945, vivevano in Ungheria 260.000 Ebrei. Tale

valutazione concorda approssimativamente con quella del Joint Distribution

Committee, che calcola un totale di 220.000. Cosicché soltanto 120.000 sono gli

Ebrei regitrati come assenti. Di questi, 35.000 erano emigrati per sottrarsi al

governo comunista e altri 25.000 furono trattenuti in Russia, perché avevano

lavorato in battaglioni di lavoro (Arbeitsbataillone) tedeschi. Sono dunque

60.000 gli Ebrei ungheresi mancanti, ma M.E. Namenyi calcola che 60.000

Ebrei deportati in Germania siano ritornati in Ungheria. Reitlinger però

considera questo numero troppo alto (La soluzione finale, trad. cit., pag. 607).

Può avere ragione, ma non bisogna trascurare eventuali emigrazioni di Ebrei

ungheresi durante la guerra (cfr. Rapport du CICR - Relazione del Comitato

Internazionale della Croce Rossa, vol. I, pag. 649). Pertanto le perdite degli

Ebrei ungheresi, durante la guerra, devono essere state assai più basse del presunto.

Auschwitz: un testimone oculare racconta

Altri nuovi fatti concernenti Auschwitz, vengono adesso finalmente alla

luce. Essi sono esposti in una pubblicazione recente: Die Auschwitz-Lüge: Ein

Erlebeisbericht von Thies Christophersen (La menzogna di Auschwitz:

Relazione di cose viste e vissute da Thies Christophersen, Kritik Verlag,

Mohrkirch 1973). Questa testimonianza, pubblicata dall'avvocato tedesco

— 42 —

Manfred Roeder sul periodico Deutsche Bürgerinitiative, è stata redatta da

Thies Christophersen, che era stato distaccato, durante la guerra, ad Auschwitz

per collaborare alle ricerche sulla produzione di gomma sintetica,per conto del

Kaiser-Wilhelm Institut.

Nel maggio del 1973, poco dopo la pubblicazione di questo resoconto,

l'ebreo Simon Wiesenthal, il "cacciatore di nazisti", scrisse alla

Rechtsanwaltskammer (Camera degli avvocati) di Francoforte e pretese che

l'avv. Roeder, membro di quella camera ed editore e autore della prefazione,

comparisse davanti ad una commissione disciplinare. Il dibattimento provocato

dalla richiesta di Wiesenthal, cominciò in luglio, ma fu accompagnato da

critiche perfino da parte della stampa che si chiedeva: "È S. Wiesenthal il nuovo

governatore della Germania? " (Deutsche Wochenzeitung, 23 luglio 1973). La

relazione di Christophersen è di certo uno dei più importanti documenti per una

nuova valutazione di Auschwitz. Egli trascorse ad Auschwitz tutto il 1944, e

durante tutto questo periodo visitò tutti i reparti del grande complesso,

compreso Auschwitz-Birkenau, dove sarebbero avvenuti tutti i massacri di cui si

parla. Christophersen però non ha dubbi che tutto ciò sia una menzogna. Scrive:

" Sono stato ad Auschwitz, dal gennaio 1944 fino al dicembre dello stesso anno.

Dopo la guerra ho sentito di massacri in massa, che sarebbero stati eseguiti

dalle SS. Ne sono rimasto profondamente stupito. Nonostante tutte le

testimonianze, i servizi giornalistici, le trasmissioni radiofoniche e televisive,

ancora oggi non credo a simili atrocità. Questo ho sempre detto e ripetuto,

dappertutto. Ma sempre senza successo: nessuno mi ha mai voluto credere "

(ibid., pag. 16). Non abbiamo lo spazio per dare un particolareggiato resoconto

di ciò che l'Autore ha visto ad Auschwitz. La sua testimonianza ci informa anche

sulla vita di ogni giorno degli internati; ma naturalmente in termini ben diversi

da quelli a cui ci ha abituati certa propaganda (ibid., pagg. 22-27).

Più importanti sono però le rivelazioni sulla presunta esistenza di un

campo di sterminio. "Durante il mio soggiorno ad Auschwitz non ho notato il

più piccolo indizio che potesse far pensare a gassazioni in massa. Anche l'odore

di carne bruciata, che si sarebbe dovuto avvertire spesso, è una menzogna. Nelle

vicinanze del campo principale (Auschwitz I) c'era una bottega di maniscalco, da

dove proveniva un odore di carne bruciata che non era certo piacevole" (pagg.

33-34). Reitlinger conferma che ad Auschwitz c'erano 5 altiforni e 5 miniere di

carbone, che, insieme con gli impianti del Bunawerk formavano Auschwitz III

(ibid., pag. 551). L'Autore è d'accordo sul fatto che sicuramente c'era un

crematorio, "perché qui vivevano 200.000 persone, e in ogni grande città con

200.000 abitanti c'è sempre un crematorio. Naturalmente anche qui moriva

gente, ma non soltanto internati. Anche la moglie dell'Obersturmführer A. (il

superiore diretto di Christophersen) morì ad Auschwitz" (pag. 33).

Christophersen spiega che ad Auschwitz non c'era alcun segreto.

Nel settembre 1944 giunse per una ispezione una commissione della Croce

Rossa Internazionale. Si interessò, però, soprattutto del campo di Birkenau.

Anche a Raisko (Buna-Abteilung) avemmo molte ispezioni » (ibid., pag. 35).

Christophersen sottolinea che le continue visite ad Auschwitz da parte di

estranei non si conciliano con le accuse di gassazioni in massa. Quando descrive

la visita di sua moglie, nel maggio del 1944, osserva: "Il fatto che fosse possibile

ricevere visite di nostri parenti in ogni momento, prova che l'amministrazione

del campo non avesse nulla da nascondere. Se veramente Auschwitz fosse stato

— 43 —

un campo di sterminio, di certo non avremmo potuto ricevere visite di nostri

parenti" (pag. 27). Dopo la guerra Christophersen sentì parlare di una

costruzione con enormi camini, che si sarebbe trovata ad Auschwitz vicino al

campo principale. "Sarebbe dovuto essere il presunto crematorio. Mi dispiace,

ma quando abbandonai Auschwitz, nel dicembre del 1944, non vidi questa

costruzione" (pag. 37). C'è ancora oggi questa misteriosa costruzione?

Chiaramente no. Reitlinger sostiene che è stata distrutta e "che bruciò

completamente sotto gli occhi di tutto il campo" nell'ottobre del 1944; ma

Christophersen non notò questa distruzione pubblica. Sebbene si dica che il

fatto accadde a sotto gli occhi di tutto il campo, esso fu notato, a quanto sembra,

soltanto da un testimone ebreo, un certo dr. Bendel: e questa sarebbe l'unica

testimonianza (Reitlinger, ibid., pag. 556). Tutta questa faccenda è

caratteristica: quando si tratta di dover presentare una solida testimonianza,

questa diventa stranamente evasiva: la costruzione "venne distrutta" il

documento "è andato perduto" "l'ordine a fu impártito a voce". Oggi a chi visita

Auschwitz viene mostrato un piccolo forno, e viene spiegato che esso sarebbe

servito a sterminare milioni di persone. La commissione ufficiale sovietica che

fece un'inchiesta sul campo, rese noto, il 12 maggio 1945, che "introducendo un

coefficiente di rettifica, la commissione di esperti ha potuto accertare che, dal

primo all'ultimo giorno di esistenza del campo di Auschwitz, i massacratori

tedeschi vi sterminarono non meno di 4 milioni di persone..." Ma il commento,

sorprendentemente sincero di Reitlinger asserisce il contrario: "Il mondo ha

imparato a diffidare dei "coefficienti di rettifica" e la cifra di 4 milioni fa ridere"

(ibid., pag. 559) Infine la relazione di Christophersen si occupa di un altro fatto

molto strano. L'unico imputato che non si presentò al processo di Francoforte

nel 1963 fu Richard Baer, ultimo comandante del campo di Auschwitz e

successore di Rudolf Höss. Sebbene fosse in ottima salute, morì

improvvisamente in carcere, prima che cominciasse il processo e in "circostanze

molto misteriose", come scrisse la Deutsche Wochenzeitung (27 luglio 1973). La

morte improvvisa di Baer prima che potesse deporre davanti al Tribunale è

molto sospetta: il giornale parigino Rivarol ricordò, infatti, che Baer aveva

sempre sostenuto che nel periodo in cui era stato comandante del campo di

Auschwitz, non aveva mai visto camere a gas né credeva che simili cose ci

fossero mai state e che niente avrebbe potuto smuoverlo da questa convinzione.

Riassumendo, il resoconto di Christophersen si aggiunge alla montagna di

testimonianze che mostrano come l'immenso complesso industriale di

Auschwitz (che comprendeva 30 impianti separati ed era attraversato dalla

importante linea ferroviaria Vienna-Cracovia) non fosse altro che un grande

centro di produzione dell'industria di guerra, dove gli internati erano, sì,

costretti al lavoro forzato, ma che sicuramente non era un centro di "sterminio in massa".

Il ghetto di Varsavia

Per quanto riguarda il numero delle vittime, si sostiene che soprattutto gli

Ebrei polacchi avrebbero sofferto sotto la persecuzione, non solo ad Auschwitz,

ma anche in una interminabile lista di campi di sterminio da poco scoperti,

come Treblinka, Sobibor, Belzec, Maidanek, Chelmno e in molti altri luoghi

sconosciuti, diventati improvvisamente famosi. Al centro del presunto sterminio

— 44 —

degli Ebrei polacchi sta la drammatica rivolta del ghetto di Varsavia, dell'aprile

1943. Questo episodio viene spesso interpretato come se si fosse trattato di una

rivolta contro la deportazione verso le camere a gas. Bisognerebbe dunque

credere che il preteso soggetto dei "colloqui segreti" tra Hitler e Himmler fosse

trapelato, divenendo a Varsavia di dominio pubblico. Il caso del ghetto di

Varsavia ci consente di vedere in che modo sia nata la favola dello sterminio.

Effettivamente l'evacuazione del ghetto di Varsavia, voluta dai Tedeschi nel

1943, è stata spesso presentata come "sterminio degli Ebrei polacchi", e scrittori

ricchi di fantasia hanno cercato di descriverla con romanzi a sensazione, come

The Wall (Il muro) di John Hersey, e Exodus di Leon Uris. Quando i Tedeschi

occuparono la Polonia, internarono gli Ebrei per motivi di sicurezza non in

campi di concentramento, ma in ghetti. L'amministrazione interna dei ghetti era

affidata a Consigli ebraici, liberamente eletti dagli stessi Ebrei e l'ordine era

garantito da una apposita polizia ebraica. Nei ghetti, per evitare speculazioni,

circolava una moneta speciale. Questo sistema, giusto o ingiusto che fosse, era

perfettamente comprensibile in tempo di guerra. Forse il ghetto è una

istituzione poco piacevole, ma in nessun caso può essere definito una barbarie.

E di certo non fu creato per sterminare un popolo. Ma ciononostante si continua

ad affermare che proprio questa sarebbe stata la funzione dei ghetti. Una

recente pubblicazione sul ghetto di Varsavia osa sostenere, mentendo

spudoratamente, che i campi di concentramento "costituirono un ripiego,

quando non fu possibile cacciare gli Ebrei in ghetti sovraffollati per farli morire

di fame". Appare dunque evidente che i Tedeschi, qualunque sistema di

sicurezza adottassero, qualunque sforzo facessero per salvaguardare le

comunità ebraiche, non possano mai sottrarsi all'accusa di "sterminio".

Abbiamo già accertato che nel 1931 la popolazione ebraica, secondo il

censimento di quell'anno, ammontava in Polonia a 2.732.600 e che, dopo

l'emigrazione o la fuga in Unione Sovietica, non più di 1.100.000 Ebrei erano

rimasti sotto giurisdizione tedesca. Questi dati irrefutabili non impediscono

però a Manwell e Frankl di affermare che "in Polonia vivevano più di 3.000.000

di Ebrei, quando i Tedeschi cominciarono l'invasione", e che nel 1942 "ne

restavano ancora 2.000.000 circa, che aspettavano la morte" (ibid., pag. 140).

In realtà, del milione circa di Ebrei che si trovavano allora in Polonia, quasi la

metà, 400.000, furono concentrati nel ghetto di Varsavia su una superficie di

circa 6,5 km2, intorno all'antico ghetto medievale. Gli altri erano già stati

trasferiti, nel settembre del 1940, nel Governatorato Generale di Polonia.

Nell'estate del 1942 Himmler ordinò il trasferimento di tutti gli Ebrei polacchi

in campi di internamento, per poter utilizzare la loro mano d'opera. Ciò

costituiva un obbligo a cui tutti erano sottoposti nel Governatorato Generale.

Così dal luglio all'ottobre elel 1942 più di tre quarti degli abitanti del ghetto

di Varsavia furono pacificamente evacuati e trasferiti, sotto la sorveglianza della

stessa polizia ebraica. Come si è visto, si pretende che il trasporto nei campi si

concludesse con lo "stcrminio"; ma non c'è dubbio, invece, che la deportazionc

aveva come fine di procacciare nuova mano d'opera e prevenire sommosse.

Durante una improvvisa ispezione, nel gennaio del 1943, Himmler scoprì che

24.000 Ebrei, registrati come operai dell'industria bellica, lavoravano invece

illegalmente come sarti e pellicciai (Manwell e Frankl, ibid., pag. 140). Il ghetto

serviva altresì, come base per attività clandestine nel territorio di Varsavia.

Dopo 6 mesi di pacifica evacuazione, quando nel ghetto erano rimasti appena

— 45 —

60.000 Ebrei, il 18 gennaio 1943, i Tedeschi dovettero far fronte ad una

ribellione armata. Manwell e Frankl ammettono che "gli Ebrei, coinvolti nel

movimento di resistenza, già da lungo tempo introducevano clandestinamente

armi nel ghetto e che gruppi di combattimento spararono e uccisero soldati

delle SS e della Milizia, che scortavano una colonna di deportati". I terroristi del

ghetto furono appoggiati anche dall'Armata Metropolitana Polacca

(organizzazione clandestina) e dalla PPR (Polzka Partia Robotnicza), il Partito

Comunista dei Lavoratori. Fu dunque per domare una rivolta appoggiata da

partigiani e comunisti, che le truppe tedesche di occupazione intervennero, per

annientare i terroristi e, se necessario, per distruggere tutto il quartiere. Ciò che

avrebbe fatto qualsiasi altra armata che si fosse trovata in una simile situazione.

Bisogna ancora ricordare che tutte le operazioni di evacuazione si

sarebbero svolte pacificamente se i terroristi ebrei non avessero organizzato una

rivolta armata, destinata per altro al fallimento. Quando il tenente generale

delle SS Stroop, il 19 aprile, assalì il ghetto con i suoi carri blindati, si trovò

subito sotto il fuoco nemico e perse 12 uomini. Le perdite tedesche e polacche

(Milizia polacca) ammontarono nel corso dei combattimenti che durarono 4

settimane, a 101 uomini, tra morti e feriti. Da parte ebraica le vittime furono

valutate a 12.000, la maggior parte delle quali trovò la morte in case o rifugi dati

alle fiamme. La maggioranza degli abitanti del ghetto, però, 56.056 unità, fu

presa prigioniera e trasferita nel Governatorato Generate. Molti Ebrei,

all'interno del ghetto, insofferenti del regime di terrore imposto dalle

organizzazioni di combattimento, avevano cercato di far giungere ai Tedeschi

informazioni sul quartier generale dei ribelli.

I « morti » si fanno vivi

Le circostanze che accompagnarono la rivolta del ghetto di Varsavia, così

come la deportazione nei campi di lavoro orientali, quali Auscllwitz, fecero

nascere le più inverosimili storie sul destino degli Ebrei polacchi, il più

numeroso contingente ebraico in Europa. L'ebraico Jewish Joint Distribution

Committee, in un documento preparato per il processo di Norimberga, afferma

che in Polonia nel 1945 non restavano più di 80.000 Ebrei. Si sosteneva pure

che nessun Ebreo polacco si trovava tra le "displaced persons" (persone

rimosse) in Germania e in Austria: affermazione che era in flagrante contrasto

con il numero di Ebrei arrestati dalle truppe di occupazione inglesi e americane

perché facevano il mercato nero. Tuttavia il nuovo regime comunista polacco

non riuscì a impedire, il 4 luglio 1946, un grande "pogrom" a Kielce, che provocò

la fuga di più di 150.000 Ebrei polacchi che trovarono rifugio nella Germania

Occidentale. La loro improwisa comparsa creò un certo imbarazzo e pertanto

vennero fatti emigrare, a tempo di primato, negli USA o in Palestina.

Conseguentemente il numero degli Ebrei polacchi sopravvissuti alla guerra subì

una corrispondente modificazione. Nell’American Jewish Year Book 1948-49

(Annuario ebraico-americano) la cifra salì a 390.000: già un bel progresso,

rispetto agli originari 80.000. A buon diritto, possiamo aspettarci, per

l'avvenire, nuove rettifiche nel medesimo senso.

— 46 —

VII ALCUNE MEMORIE SUI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

I più efficaci strumenti di propaganda per la divulgazione della favola dello

sterminio sono l'industria dell'edizione di libri tascabili e di settimanali

illustrati. Con le sue pubblicazioni sensazionali, tutte a scopo di lucro, essa ha

fatto sì che l'uomo medio si sia abituato a questa favola, che è in effetti al

servizio di un obiettivo eminentemente politico. Simili pubblicazioni ebbero il

loro momento negli anni 50, quando un diffuso sentimento di avversione verso

la Germania trovò un mercato favorevole; ma questa industria è sempre

fiorente, e sta godendo attualmente di un nuovo rilancio. I prodotti di questa

industria sono per lo più le cosiddette "Memorie", che si possono distinguere in

due categorie: le pretese memorie di SS, comandanti di Lager e simili, e le

reminiscenze, truculente e raccapriccianti, di presunti ex internati in campi di

concentfamento.

Origini comuniste

Del primo gruppo l'esempio di maggior spicco è il libro di Rudolf Höss

Kommmandant in Auschwitz (Stoccarda 1958), pubblicato originariamente in

polacco (Wsponluiemia) dal governo comunista. Höss era un uomo giovane,

quando nel 1940 assunse il comando di Auschwitz. Egli fu catturato dagli Inglesi

a Flensburg e venne poi consegnato alle autorità comuniste polacche, che nel

1947 lo condannarono a morte ed eseguirono quasi immediatamente la

sentenza. Queste cosiddette "Memorie" di Höss sono senza dubbio un falso,

fabbricato dai comunisti, come dimostreremo; tuttavia i comunisti affermano

che Höss fu "costretto" a scrivere la sua biografia, e che esiste un manoscritto

originale: ma nessuno l'ha mai visto.

Höss fu torturato e sottoposto, durante la prigionia, al lavaggio del cervello

dai comunisti; a Norimberga fece la sua testimonianza con voce monotona, lo

sguardo fisso nel vuoto, come un automa. Persino Reitlinger respinge come

inattendibile la sua testimonianza. È interessante notare quante di queste

"prove" dei "Sei Milioni" provengano da fonte comunista. Fra queste vanno

inclusi quali documenti principali, la dichiarazlone di Wisliceny e le "Memorie"

di Höss che sempre vengono citate in tutte le pubblicazioni sul preteso

sterminio. Tutte le informazioni sui cosiddetti "campi di sterminio", come

Auschwitz sono d'origine comunista: "Commissione Storica Ebraica" di Polonia,

"Commissione Centrale per lo Studio dei Crimini di Guerra" di Varsavia e

"Commissione Ufficiale per i Crimini di Guerra" di Mosca.

Reitlinger ammette che la testimonianza di Höss a Norimberga era un

elenco di esagerazioni insensate, come l'affermazione che ad Auschwitz

venivano eliminate ogni giorno 16.000 persone, ciò che significherebbe un

numero complessivo, alla fine della guerra, di 13.000.000. Anzi che

smascherare tali valutazioni, che secondo Reitlinger e altri sono effettivamente

falsificazioni di parte sovietica, Reitlinger e altri preferiscono pensare che simili

ridicole esagerazioni siano il frutto di una specie di "orgoglio professionale". Ma

questo non si concilia con le Memorie che si pretendono autentiche di Höss,

— 47 —

nelle quali si cerca di rendere plausibile la cosa facendo risaltare la ripugnanza

provata da Höss nell'eseguire certi incarichi. Höss dovrebbe aver "confessato"

che ad Auschwitz furono eliminati 3.000.000 di internati; ma al suo processo a

Varsavia, l'accusa ridusse il totale a 1.135.000. Tuttavia, come già abbiamo

riferito, il governo sovietico, dopo gli "accertamenti" nel campo di

concentramento nel 1945, aveva dato una valutazione di 4.000.000.

Questa specie di gioco con milioni di morti sembra che non preoccupi

affatto gli scribacchini delle pubblicazioni sullo sterminio degli Ebrei.

Ricordi compromettenti

Fra tutte le "Memorie" finora pubblicate, le più menzognere sono quelle di

Adolf Eichmann. Prima del suo illegale rapimento ad opera di Israeliani, nel

maggio 1960, e della prevista ondata di pubblicità internazionale, soltanto

pochissimi avevano mai sentito parlare di lui. Era effettivamente una persona

relativamente poco importante nella gerarchia tedesca: egli era il capo

dell'ufficio A 4 b nella sezione IV (Gestapo) dell'Ufficio Centrale di Sicurezza del

Reich (Reichssicherheitshaupta1nt). Il suo ufficio controllava il trasporto nei

campi di concentramento di una categoria determinata di cittadini di un paese

nemico, internati in Germania: gli Ebrei. Un profluvio di menzogne sommerse il

mondo intero nel 1960: vogliamo citare un solo sempio, dal libro Eichmann:

The Savage Truth di Comer Clarke: "Le orge duravano spesso fino alle ó del

mattino, fino a poche ore prima di mandare a morte un nuovo contingente di

internati " (dal capitolo « Streamlined Death and Wild Sex Orgies », pag. 124).

Stranamente le presunte "Memore" di A. Eichmann apparirono

improvvisamente proprio al momento del suo rapimento. Esse furono

pubblicate, senza nemmeno essere state sottoposte a un esame critico, dalla

rivista americana Life, il 28 novembre e il 5 dicembre 1960: sarebbero state

consegnate da Eichmann in persona ad un giornalista in Argentina, poco prima

della sua cattura: una strana coincidenza davvero. Altre fonti, però, danno una

diversa versione dei fatti: si tratterebbe di una relazione di Eichmann a un suo

"complice ", risalente al 1955: a nessuno però è venuto mai in mente di

identificare questa persona.

Per un'altra straordinaria combinazione cosi dichiarano ricercatori di

crimini di guerra sarebbero stati trovati, negli archivi della biblioteca del

Congresso, negli Stati Uniti, "gli atti completi" sulla sezione diretta da

Eichmann: questo più di 15 anni dopo la guerra. Per quanto riguarda le

"Memorie", esse furono fatte in modo che risultassero il più compromettenti

possibile, senza tuttavia sconfinare nel campo della pura fantasia e ci fanno

vedere un Eichmann pieno di gioia per "l'annientamento fisico degli Ebrei". La

loro inautenticità può essere dimostrata con la considerazione di alcuni errori in

esse contenuti: quando si dice per esempio, che Himmler avrebbe ricevuto il

comando supremo dell'Einsatzheer già nell'aprile del 1944, mentre in realtà lo

assunse solo dopo l'attentato del 20 luglio 1944 contro Hitler, circostanza che

Eichmann non poteva ignorare. L'apparizione di queste "Memorie" al momento

giusto ci fa capire che il loro scopo era quello di creare, prima del processo,

un'immagine propagandistica dell"'incorregibile nazista", del mostro in

sembianze umane. Le peripezie del processo Eichmann in Israele qui non ci

interessano. I documenti di provenienza sovietica, usati come prove nel

— 48 —

processo, quali la dichiarazione Wisliceny, li abbiamo già esaminati; e per un

resoconto sulla "tortura di 3° grado", a cui fu sottoposto Eichmann durante la

sua prigionia, per essere indotto a "collaborare", il lettore è rimandato al

giornale londinese, Jewish Chronicle del 2 settembre 1960. Ma ancor più

significativo è il contenuto di una lettera di Eichmann, che si pretende abbia

scritto di sua volontà e abbia consegnato ai suoi rapitori a Buenos Aires. Non

occorre dire che subito l'editoria ebraica si fece viva. Il contenuto di quella

lettera mostra con evidenza che essa fu redatta da uno o più israeliani. Nulla

prova la credulità umana meglio di questa frase: "Io consegno questa

dichiarazione di mia propria volontà". Ma il passo più significativo e rivelatore è

quando egli dichiara che è disposto a comparire davanti a un tribunale in Israele

"per dare alle generazioni venture una testimonianza autentica di quanto è successo".

Manipolazioni su Treblinka

Le ultime memorie pubblicate sono quelle di Franz Stangl, ex comandante

di Treblinka in Polonia, condannato all'ergastolo nel dicembre 1970. Sono state

pubblicate dal Daily Telegraph Magazine di Londra, l'8 ottobre 1971, e

dovrebbero avere avuto origine da una serie di interviste rilasciate da Stangl in

prigione. Alcuni giorni dopo l'intervista egli morì. Queste presunte "Memorie"

sono la cosa più strana e bizzarra che mai sia stata pubblicata. Si può essere

tuttavia riconoscenti all'Autore di questo articolo per alcune rivelazioni: per

esempio "le prove presentate nel corso del processo non hanno dimostrato che

Stangl abbia compiuto crimini ", e "il resoconto sul comportamento di Stangl in

Polonia è frutto, in parte di manipolazioni". Un tipico esempio di queste

manipolazioni è la descrizione della prima visita di Stangl a Treblinka. Al suo

arrivo alla stazione ferroviaria, avrebbe visto "migliaia di cadaveri" , buttati sui

binari, "centinaia, anzi migliaia di cadaveri dappertutto, ormai in stato di

decomposizione". E "in stazione c'era un treno pieno di Ebrei, alcuni morti, altri

ancora in vita... Sembrava che fosse lì già da alcuni giorni". Il resoconto

raggiunge il colmo dell'assurdità, quando Stangl, scendendo dalla sua carrozza,

"affonda fino al ginocchio in un mare di denaro: non sapevo dove dirigermi,

dove andare. Affondavo in un mare di banconote, monete, pietre preziose,

gioielli e vestiti. Erano tutti sparsi per terra." Il quadro riceve il tocco finale "da

prostitute di Varsavia, che, completamente ubriache, ballavano, cantavano,

facevano musica", dall'altra parte del filo spinato. Per una mente sana tutto

questo, "L'affondare fino al ginocchio" in banconote e gioielli di Ebrei, tra

migliaia di cadaveri e prostitute scatenate, richiederebbe il più alto grado di

sconsideratezza, e sarebbe, in un contesto meno fantasioso di quello dei Sei

Milioni, da considerare come il più pazzo vaniloquio. Ciò che toglie ogni

apparenza di veridicità al memoriale di Stangl è la sua presunta risposta a chi gli

domaltdava perché venissero sterminati gli Ebrei: "Volevano il denaro degli

Ebrei; la questione razziale veniva in secondo piano". L'intervista si conclude in

modo molto sospetto. Essendogli stato domandato se pensasse che "in questo

terrore fosse riposto qualche significato". L'ex comandante nazista avrebbe

risposto, entusiasta: "Sì, sono sicuro che un senso c'è. Forse gli Ebrei avevano

bisogno di questo terribile choc per ritrovare l'unione, per ricreare tm popolo,

— 49 —

cosi che ognuno potesse riconoscersi nell'altro". Non si potrebbe immaginare

una risposta cosi perfetta, se essa non fosse stata inventata.

Best-seller: una montatura

Tra l'infinità di "Memorie" che ci offrono un quadro degli sventurati Ebrei,

perseguitati dalla bestialità nazista, la più nota è sicuramente il Diario di Anna

Frank: la verità su questo libro ci consente di gettare uno sguardo disgustato

sulla fabbricazione di una menzogna propagandistica. Pubblicato la prima volta

nel 1952, il Diario di Anna Frank è divenuto subito un best-seller: ne furono

pubblicate 40 edizioni in formato tascabile e ne fu tratto un film di successo.

Otto Frank, il padre della ragazza, con i diritti d'autore del libro, che pretende

rappresentare la tragedia della figlia, ha messo insieme una fortuna.

Appellandosi direttamente al sentimento, il libro e il film hanno effettivamente

influenzato milioni di persone in tutto il mondo, più che qualsiasi altra storia

del genere. Noi possiamo citare brevemente un altro "Diario", pubblicato non

molto tempo dopo quello di Anna Frank, e intitolato Notes from the Warsaw

Ghetto: the Journal of Emmanuel Ringelblum (New York, 1958). Ringelblum fu

un capo nella campagna di sabotaggio contro i Tedeschi in Polonia, così come

nella rivolta del ghetto di Varsavia nel 1943, finché fu catturato e giustiziato nel

1944. Il Diario di Ringelblum, che riferisce le solite "voci" sullo sterminio che

circolavano in Polonia, fu pubblicato, al pari delle cosiddette "Memorie" di

Höss, sotto regia comunista. Mc Graw-Hill, gli editori americani, ammettono

che il manoscritto originale, non censurato, conservato a Varsavia, non fu loro

accessibile; noi, pertanto, dovremmo rifarci, fiduciosi, all'edizione "purgata" del

governo comunista di Varsavia (1952).

Tutte queste "prove" di fonte comunista sono perciò senza alcun valore

come documenti storici.

Menzogne su menzogne

A partire dalla fine della guerra c'è stato un rigoglioso fiorire della

letteratura concentrazionaria. La maggior parte di essa è di fonte ebraica. Ogni

libro rigurgita di atrocità e mescola frammenti di verità con le più inverosimili

menzogne, dove è assente ogni rapporto con la realtà storica. Esempi ne

abbiamo già dati: l'assurdo Cinque Camini di Olga Lengyel "ogni giorno

venivano lavorati 24.000 cadaveri"; Medico ad Auschwitz di Miklos Nyiszli,

manifestamente una persona fittizia; Questo era Auschwitz: Storia di un

Campo di Sterminio di Philipp Friedman, e così di seguito fino alla nausea.

L'ultimo della serie è For Those I Loved, (« In Nome dei miei) ») di Martin Gray

(Bodley Head 1973), che dà ad intendere di fornire un resoconto sul campo di

Treblinka in Polonia. Gray si era occupato, in America, della vendita di falsi

d'antiquariato, prima di rivolgersi ai suoi ricordi "concentrazionari". Tuttavia le

circostanze che accompagnano la pubblicazione del suo libro sono simili a

quelle della sua precedente attività; poiché per la prima volta furono sollevati

seri dubbi sull'autenticità del contenuto. Persino Ebrei, preoccupati del danno

provocato dal libro, condannarono l'opera come ciarlatanesca e si domandarono

se l'autore fosse mai stato a Treblinka; mentre la stazione radiofonica britannica

della BBC lo mise alle strette e gli domandò perché avesse atteso 28 anni per

— 50 —

scrivere le sue memorie. L'articolo di fondo del giornale londinese Jewish

Chronicle (Cronaca ebraica) del 30 marzo 1973, sebbene condannasse il libro di

Gray, contribuì ad ingrandire la menzogna dei Sei Milioni. Così vi si legge:

«Circa 1.000.000 di persone furono assassinate a Treblinka, nel corso di un

anno. Ogni giorno 18.000 internati prendevano la via delle camere a gas». È

triste che un così gran numero di gente legga simili sciocchezze e vi presti fede,

senza riflettere. Se veramente fossero state uccise 18.000 persone ogni giorno il

numeró di 1.000.000 sarebbe stato raggiunto in 56 giórni, e non "nel corso di

un anno". Una simile colossale prestazione, pertanto, lascerebbe vuoti i

rimanenti 10 mesi dell'anno. 18.000 al giorno farebbero 6.480.000 "nel corso di

un anno". Ciò significherebbe che i Sei Milioni morirono tutti a Treblinka in 12

mesi. E che ne è dei 3 o 4 milioni di Auschwitz ?

Simili considerazioni ci mostrano che una volta giunti a far accettare la

cifra assurda dei Sei Milioni, si possono fare tutte le permutazioni che si vuole

senza che nessuno pensi a discuterle. Nella sua recensione al libro di Gray, la

Jewish Chronicle fa una rivelazione interessante a proposito delle camere a gas:

"Gray si ricorda che il pavimento delle camere a gas era inclinato, mentre altri

superstiti, che le avevano costruite, insistono che era orizzontale... ".

Occasionalmente vengono alla luce libri di ex internati che ci offrono un quadro

del tutto diverso. Uno è quello di Margarete Buber, Under Two Dictators,

(Londra 1950). L'autrice era un'Ebrea tedesca, che aveva raccolto, per diversi

anni, amare esperienze sulle condizioni di vita, brutali e primitive, nei campi di

prigionia sovietici, prima di essere inviata, nell'agosto del 1940, a Ravensbrück,

al campo tedesco per donne. Poté rendersi conto di essere la sola di tutti gli

Ebrei del suo contingente di rimpatriati dall'Unione Sovietica a non essere stata

immediatamente rilasciata dalla Gestapo. Il suo libro mette in evidenza il forte

contrasto esistente tra i campi russi e quelli tedeschi. In paragone alla sporcizia,

al disordine, e alla fame che regnavano nei campi sovietici, la Buber trovò

Ravensbrück pulito, amministrato bene, e con umanità. Bagni periodici e

biancheria pulita le sembrarono, dopo le esperienze precedenti, un lusso, e il

suo primo pranzo con pane bianco, salsicce, fiocchi d'avena e frutta secca la

spinse a chiedere ad un'altra internata se il 3 agosto fosse un giorno di festa o un

giorno altrimenti importante. Osservò che le baracche a Ravensbrück erano

considerevolmente grandi, in confronto con le luride catapecchie sovraffollate

dei campi sovietici. Nei primi mesi del 1945 assistette al continuo

peggioramento delle condizioni di vita nel campo: le cause di questo fenomeno

le esamineremo più avanti. Un altro resoconto che contrasta con la solita

propaganda è quello di Charlotte Bormann, Die Gestapo lässt bitten. L'autrice

era una prigioniera politica, di fede comunista, internata a Ravensbrück. La sua

più interessante rivelazione è che le voci sulle "gassazioni" erano un'invenzione,

propagata deliberatamente dai prigionieri comunisti. Questi comunisti si

rifiutarono di integrare Margarete Buber nel loro gruppo perché era stata

prigioniera nell'Unione Sovietica. Un'altra terribile immagine dei processi del

dopoguerra ce la dà il fatto che a Charlotte Bormann non fu permesso di

testimoniare al processo contro le guardie del campo di Ravensbrück a Rastadt,

nella zona di occupazione francese. Questo è ciò che normalmente capita a chi

non accetta la menzogna dello sterminio.

— 51 —

VIII CONDIZIONI DI VITA NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO DURANTE LA GUERRA E LORO NATURA

Nel suo recente libro Adolf Hitler (Londra 1973), Colin Cross tratta i molti

problemi di questo periodo con una intelligenza che è raro trovare in questo

dominio. Egli osserva acutamente che sarebbe stato assolutamente inutile

trasportare su e giù per l'Europa, in un momento particolarmenfe critico della

guerra, milioni di Ebrei per poi eliminarli (pag. 307). Proprio a questo punto

dóbbiamo porci la domanda se era stata possibile e verosimile una tale

insensatezza. È verosimile che nel momento culminante della guerra, quando i

Tedeschi conducevano una lotta disperata su due fronti, combattendo per la

sopravvivenza, essi abbiano trasportato per chilometri e chilometri milioni di

Ebrei, per condurli in presunti e dispendiosi macelli?

Trasportare tre o quattro milioni di Ebrei ad Auschwitz (ammesso, ma ciò

è insostenibile, che allora vivesse in Europa un tale numero di Ebrei), sarebbe

stato impossibile per il sistema di trasporti tedesco, impegnato al massimo per

l'approvvigionamento dell'immenso fronte orientale. Il trasporto di questi

fantomatici Sei Milioni di Ebrei, più gli innumerevoli altri prigionieri di altre

nazionalità, nei campi di concentramento avrebbe paralizzato tutte le operazioni

militari. Non si può certo pensare che i Tedeschi così ben organizzati ed

efficienti abbiano in questo modo messo in gioco le loro fortune militari. D'altro

canto il trasporto ad Auschwitz di 363.000 prigionieri che è il totale degli

internati che furono registrati in questo campo nel corso della guerra è sensato,

in considerazione della loro utilizzazione nei complessi industriali ivi esistenti.

In effetti dei 3 milioni di Ebrei che allora restavano in Europa, solo due milioni

al massimo furono internati, ed è verosimile che questo totale debba essere

ridotto a 1.500.000. Vedremo più avanti nella "Relazione della Croce Rossa

Internazionale", che l'intera popolazione ebraica di alcuni stati (come la

Slovacchia) non conobbe mai i campi di concentramento, mentre altre comunità

ebraiche vennero raccolte in ghetti, come Theresienstadt. L'evacuazione

dell'Europa occidentale è stata tutto sommnato modesta. Le valutazioni di

Reitlinger, secondo il quale soltanto 50.000 Ebrei francesi, dei 320.000

complessivi, furono evacuati ed internati, le abbiamo già esaminate.

Bisogna porsi anche la domanda, se fu possibile eliminare milioni di Ebrei.

Ne avrebbero avuto il tempo i Tedeschi? È possibile che essi abbiano cremato

milioni di persone, se lamentavano la scarsità di mano d'opera e impiegavano

tutti i prigionieri nell'industria bellica? Sarebbe stato possibile eliminare in 6

mesi milioni di persone, senza lasciarne traccia? Si sarebbe potuto mantenere

segreta una concentrazione così enorme di Ebrei e il loro annientamento?

Queste sono le domande che dovrebbe porsi una persona dotata di intelligenza

critica; la quale scoprirebbe presto che non solo la documentazione statistica,

che qui abbiamo fornito, ma anche i problemi di trasporto e di

approvvigionamento rendono insostenibile la favola dei Sei Milioni. Sebbene

fosse impossibile eliminare milioni di internati nei Lager tedeschi

l'organizzazione e le condizioni di vita in questi campi sono state così esagerate

da rendere credibile un tale assunto. William Shirer sostiene, in un suo tipico,

— 52 —

superficiale scritto, che "tutti i 30 principali campi di concentramento nazisti

erano campi della morte" (ibid., pag. 1150). Questo è falso, e non viene

sostenuto nemmeno dai più accaniti propugnatori della favola dei Sei Milioni.

Shirer cita anche il libro di Eugen Kogon, The Theory and Practice of Hell (New

York 1950, pag. 227), dove il numero complessivo dei morti viene valutato

addirittura in 7.125.000, benché Shirer stesso riconosca, in nota, che la cifra "è

senza dubbio troppo alta".

« Campi di sterminio » dietro la cortina di ferro

Nel 1945 la propaganda alleata sosteneva che tutti i campi di

concentramento, soprattutto quelli in Germania, erano "campi di sterminio";

ma presto ciò si rivelò falso. Della questione si occupò l'autorevole storico

americano Harry Elmer Barnes, che scrisse: "Questi campi furono presentati

come - campi di sterminio - Dachau, Bergen Belsen, Buchenwald,

Sachsenhausen e Dora ma è adesso chiaro che in essi non ci fu mai uno

sterminio sistematico. Poi l'attenzione fu rivolta ad Auschwitz, Treblinka,

Belzec, Chelmno, Janowska, Tarnow, Ravensbrück, Mauthausen, Brezeznia e

Birkenau, nomi che ancora non esauriscono questa lista che è stata allungata

secondo il bisogno." (Rampart Journal, estate 1967). Osservatori coscienziosi,

tra le truppe di occupazione britanniche e americane in Germania, ammisero

che molti internati erano morti, durante gli ultimi mesi della guerra, per

malattie o per fame, ma che non erano state trovate tracce di "camere a gas". Per

questo motivo i campi di concentramento orientali, nella zona di occupazione

sovietica, come Auschwitz e Treblinka, vennero in primo piano e furono

considerati il centro dello sterminio (sebbene a nessuno fosse permesso di

visitarli); questa tendenza continua a tutt'oggi. In questi campi sarebbe

accaduto di tutto, ma a causa dell'impenetrabile "cortina di ferro" nessuno è

finora riuscito a confermare queste accuse. I comunisti affermarono che

4.000.000 di internati furono uccisi ad Auschwitz in enormi camere a gas, che

potevano contenere 2.000 persone e nessuno ha mai potuto dimostrare il

contrario. Qual è la verità sulle cosiddette "camere a gas"? Stephen F. Pinter,

che lavorò per sei anni, dopo la guerra, come consulente legale per il Ministero

della Guerra degli Stati Uniti per truppe di occupazione in Germania e in

Austria, fece la seguente constatazione, nel diffuso giornale cattolico Our

Sunday Visitor (L'osservatore della domenica) del 14 giugno 1959: « Sono stato

per 17 mesi, dopo la guerra, a Dachau, come avvocato del "Ministero della

Guerra" degli Stati Uniti, e posso confermare che a Dachau non esisteva alcuna

camera a gas. Quello che veniva mostrato e indicato come camera a gas ai

visitatori era un forno crematorio (e lo sbaglio non era certo involontario).

Anche negli altri campi di concentramento in Germania non c'erano

camere a gas. A noi venne raccontato che ad Auschvvitz esisteva una camera a

gas, ma poiché si trovava nella zona di occupazione sovietica, non ci fu

permesso di svolgere una inchiesta. Ciò che ho potuto constatare nel sei anni

che ho trascorso dopo la guerra in Germania e in Austria è che un certo numero

di Ebrei era stato eliminato, ma che la cifra di un milione non è sicuramente mai

stata raggiunta. Ho ascoltato migliaia di Ebrei, ex internati in campi di

concentramento in Germania e in Austria, ed io stesso mi considero un esperto

in questa materia". È una vcrsione del tutto diversa, rispetto a quella della

— 53 —

consueta propaganda. Pinter, naturalmente, è molto acuto trattando la

questione dei crematori solitamente presentati come "camere a gas". È una

astuzia ricorrente: infatti in questi campi di concentramento non poté mai

essere mostrata una camera a gas; da qui la designazione di Gasofen (forni a

gas), che ha lo scopo di creare confusione tra il concetto di "camera a gas" e

quello di "crematorio". Qust'ultimo era un forno simile a quelli usati ancor oggi

in tutti i cimiteri e serviva alla cremazione dei cadaveri di quelle persone che

erano morte per cause naturali, soprattutto per malattie infettive. Questo fatto è

stato confermato anche dal cardinal Faulhaber, arcivescovo di Monaco. Egli

spiegò agli Americani che durante gli attacchi aerei alleati su Monaco del

settembre 1944 erano state uccise 30.000 persone. L'arcivescovo pregò le

autorità tedesche di far cremare le vittime nel crematorio di Dachau, ma gli fu

risposto che ciò era impossibile: il crematorio aveva un solo forno, insufficiente

per tutte le vittime dell'attacco aereo. Da ciò si evince che il crematorio non

sarebbe stato sufficiente neppure per i 238.000 cadaveri di Ebrei, che si

pretende siano stati uccisi a Dachau. Perchè ciò potesse accadere, il crematorio

sarebbe dovuto rimanere in funzione ininterrottamente per 326 anni e avrebbe

prodotto 530 tonnellate di cenere.

Il numero del morti si riduce

Il totale del numero degli internati, morti a Dachau, è un esempio tipico

del genere di esagerazioni che poi vennero radicalmente corrette. Nel 1946, il

Segretario di Stato ebreo del governo bavarese, Philip Auerbach, quello stesso

Auerbach che in seguito fu riconosciuto colpevole di essersi appropriato di

somme di denaro che egli aveva reclamate a titolo d'indennizzo in nome di Ebrei

mai esistiti, scoprì a Dachau, nel 1946, una lapide, su cui era scritto: " Questo

territorio deve essere ricordato come il luogo dove furono cremate 238.000

persone". Da allora questa cifra è stata costantemente ridotta e attualmente si è

giunti a soli 20.600 decessi, dovuti principalmente al tifo o alla fame: flagelli

degli ultimi mesi di guerra. Questa riduzione è giunta oggi al 10% della cifra

iniziale, e si continuerà certamente a correggere questo totale ed anche la cifra

assurda dei "Sei Milioni". Un altro esempio è la drastica riduzione delle

valutazioni sulle perdite umane ad Auschwitz. Le accuse assurde che parlano di

3 o 4 milioni di morti sono incomprensibili anche per lo stesso Reitlinger. Egli

infatti valuta le perdite a 600.000; sebbene anche questa cifra sia esagerata,

rappresenta un notevole progresso; ulteriori rettifiche non mancheranno di

certo. Lo stesso Shirer si rifà all'ultima valutazione di Reitlinger, ma trascura di

conciliarla con la sua precedente asserzione, che circa 300.000 Ebrei ungheresi

a sarebbero stati uccisi in 46 giorni, una delle più irresponsabili sciocchezze che

mai sianXo state scritte su questo argomento.

Condizioni di vita

Il fatto che alcune migliaia di internati morirono negli ultimi, caotici mesi

della guerra, ci porta a chiederci come essi vissero durante la guerra. Le

condizioni di vita dei prigionieri sono state descritte in modo falso e distorto in

un'infinità di libri, con tinte sinistre e terrificanti. Il rapporto della Croce Rossa,

che esamineremo più avanti, dimostra, però, che durante tutta la guerra i campi

— 54 —

erano bene amministrati. Gli internati che vi lavoravano ricevettero, negli anni

1943 e 1944, una razione quotidiana di non meno di 2.750 calorie, il doppio di

quanto riceveva il cittadino medio tedesco dopo la guerra nella Germania

occupata. Gli internati erano sotto costante controllo medico e quelli

gravemente ammalati venivano portati all'ospedale. Tutti gli internati,

contrariamente a quanto succedeva nei campi sovietici, potevano ricevere

pacchi contenenti alimenti, indumenti e medicinali da parte dell'Ufficio

Assistenza della Croce Rossa. L'ufficio del procuratore di Stato conduceva

accurate indagini nei casi di prigionieri arrestati per attività criminali. Gli

innocenti venivano rilasciati; coloro che venivano considerati colpevoli, così

come i deportati accusati dei crimini più gravi all'interno del campo, venivano

processati da una corte militare e giustiziati. Nell'archivio di Coblenza si trova

una direttiva di Himmler del gennaio 1943, che riguarda appunto queste

esecuzioni: in essa si ricorda che "non sono permesse brutalità " (Manwell e

Frankl, ibid., pag. 312). Occasionalmente ci furono episodi di brutalità, ma essi

furono subito stroncati dal giudice delle SS dr. Konrad Morgen dell'Ufficio di

Polizia Criminale del Reich, il cui compito era quello di indagare su irregolarità

nei campi di concentramento. Lo stesso Morgen condannò il comandante di

Buchenwald, Koch, nel 1943, per eccessi avvenuti nel suo campo; il processo si

svolse pubblicamente. È significativo che anche Oswald Pohl, capo

amministrativo dei campi di concentramento, trattato in modo così atroce a

Norimberga, fosse favorevole alla condanna a morte di Koch. Il tribunale delle

SS condannò Koch a morte, ma gli fu concessa la possibilità di riscattarsi sul

fronte russo. Tuttavia, prima che ciò potesse accadere, il principe Waldeck,

comandante territoriale delle SS, eseguì la sentenza.

Questo episodio dimostra con quanta severità le SS condannassero atti di

inutile brutalità. Durante la guerra molti procedimenti del tribunale delle SS

furono tenuti proprio nei campi di concentramento, per impedire eccessi, e, fino

al 1945, furono esaminati più di 800 casi. Morgen dichiarò, a Norimberga, di

aver discusso confidenzialmente con molte centinaia di internati sulle

condizioni di vita nei campi. Trovò pochi prigionieri sottonutriti (e nessuno

negli ospedali), e notò che lo zelo nel lavoro e la dedizione al proprio dovere

erano, negli internati, molto minori che non negli operai tedeschi. La

testimonianza di Pinter e del cardinale Faulhaber ci hanno dimostrato che le

accuse di sterminio a Dachau sono false, e abbiamo visto che il numero delle

vittime di questo campo viene continuamente ridotto. Dachau può cssere

considerato tipico esempio di campo di concentramento: il lavoro nelle

fabbriche e negli stabilimenti era obbligatorio, ma il capo comunista Ernst Ruff

testimoniò, in una dichiarazione giurata del 18 aprile 1947 a Norimberga, che il

trattamento era umano. Il capo del movimento clandestino polacco Jan

Piechowiak internato a Dachau dal 20 maggio 1940 fino al 29 aprile 1945,

testimoniò il 21 marzo 1946 che i prigionieri godevano di un buon trattamento e

che il personale delle SS era "molto disciplinato". Berta Schirotschin, che lavorò

per tutto il periodo della guerra nel magazzino viveri di Dachau testimoniò che

gli internati lavoratori, fino all'inizio dei 1945, nonostante la crescente carestia

in Germania, ricevevano ogni mattina verso le 10 la loro seconda colazione.

In generale centinaia di dichiarazioni giurate testimoniarono a

Norimberga sulle condizioni umane nei campi di concentramento, ma fu data

rilevanza soltanto a quelle che rispecchiavano una cattiva amministrazione

— 55 —

tedesca e che potevano essere usate per fini propagandistici. Uno studio dei

documenti rende manifesto che testimoni ebrei, che rifiutarono l'evacuazione e

l'internamento in campi di concentramento, esagerarono vistosamente le cattive

condizioni di vita che là regnavano, mentre internati di altre nazionalità,

prigionieri per motivi politici, diedero un quadro molto più equilibrato. In molti

casi a diversi prigionieri, come per esempio a Charlotte Bormann, non venne

permesso di deporre, perché le loro esperienze non coincidevano con

l'immagine propagandistica fabbricata a Norimberga.

Caos inevitabile

L'ordine che regnava nei campi di concentramento tedeschi si deteriorò

lentamente negli ultimi, terribili mesi della guerra nel 1945. Il rapporto della

Croce Rossa dichiara che i massicci bombardamenti a tappeto degli Alleati

distrussero il sistema di comunicazioni e di informazioni nel "Reich". I

rifornimenti di viveri non poterono più raggiungere i campi di concentramento,

e la fame provocò vittime in numero sempre maggiore, così tra gli internati dei

campi di concentramento come tra la popolazione civile. Questa terribile

situazione fu ancor peggiorata nei campi di prigionia dal sovraffollamento e

dalle epidemie di tifo. Il sovraffollamento era causato dallo sgombero dei campi

dell'Est, come Auschwitz, quando i prigionieri furono trasportati verso Ovest a

causa dell'avanzata sovietica. Colonne di uomini sfiniti e distrutti giunsero

pertanto in alcuni campi tedeschi, come Bergen-Belsen e Buchenwald, che già

versavano in notevoli difficoltà.

Il campo di Bergen-Belsen, vicino a Brema, si trovava a partire dal gennaio

1945 in una situazione caotica ed il massaggiatore di Himmler, Felix Kersten, un

antinazista, spiega che la triste nomea di "campo della morte" sorse per via della

terribile epidemia di tifo, scoppiata nel marzo del 1945 (Memoirs 1940-1945,

Londra 1965). Senza dubbio simili terribili condizioni provocarono parecchie

migliaia di decessi: così si spiegano le fotografie di esseri umani ischeletriti e di

mucchi di cadaveri, che i propagandisti pubblicano e ripubblicano sotto il titolo

di "vittime della politica di sterminio nazista ".

Una sorprendente e obiettiva descrizione delle condizioni di vita a Bergen-

Belsen nel 1945 è stata pubblicata nella Purnell's History of the Second World

War (vol. 7, n. 15), del dr. Russel Barton, attualmente capo sezione e consulente

psichiatrico nel Severalls Hospital - Essex, il quale, dopo la guerra, trascorse un

mese nel campo, come studente di medicina. La sua relazione spiega le vere

cause della mortalità in questi campi di concentramento verso la fine della

guerra: il dr. Barton dice che il brigadiere Glyn Hughes, medico militare che

assunse il comando di Bergen-Belsen nel 1945, non pensò "che fossero stati

commessi dei crimini nel campo ". Il dr. Barton scrive "che la maggior parte

poté credere che le condizioni in cui vivevano gli internati fossero state

intenzionalmente provocate dai Tedeschi. Gli internati segnalarono esempi di

brutalita e trascuratezza, e i giornalisti che visitarono i campi di

concentramento, provenienti da diversi paesi, diedero dei resoconti che

assecondavano le esigenze propagandistiche del loro paese".

Tuttavia il dr. Barton spiega chiaramente che la mortalità e le malattie

erano inevitabili, in quelle condizioni, e che peraltro esse si manifestarono solo

negli ultimi mesi di guerra. "Da conversazioni con prigionieri risultò

— 56 —

chiaramente che le condizioni di vita, fin verso la fine del 1944, non erano

cattive. Le baracche sorgevano in mezzo a pinete, e tutte avevano tolette,

lavandini, docce e stufe". Egli spiega anche la carenza di viveri: "Ufficiali medici

tedeschi mi raccontarono che il trasporto di viveri era diventato sempre più

difficile. Sulle strade ogni mezzo di trasporto veniva mitragliato e bombardato...

Rimasi stupito nel trovare registri di 2 o 3 anni prima, dove erano documentate

le grandi quantità di cibo che veniva quotidianamente cucinato e distribuito. Da

allora non condivido l'opinione generale, secondo cui ci sarebbe stata una

dellberata politica della fame. Ciò dovrebbe essere confermato dal gran numero

di internati ben nutriti. Come mai allora molti soffrirono di denutrizione? Le

cause principali, a Bergen-Belsen alla fine della guerra furono: malattie,

sovraffollamento causato dall'arrivo di internati dai "Lager" dell'Est, mancanza

di disciplina e poco rispetto dei regolamenti all'interno delle baracche, scarso

rifornirnento di viveri, acqua e medicinali ". La mancanza di disciplina provocò

delle sommosse durante la distribuzione dei viveri: gli Inglesi dovettero usare le

mitragliatrici e i carri armati per riportare l'ordine nel campo.

Glyn Hughes calcola che, a parte gli inevitabili decessi dovuti alle

circostanze particolari "circa un migliaio di prigionieri morirono a causa della

improvvisa abbondanza di viveri: i soldati inglesi offrirono loro le proprie

razioni di viveri e di cioccolata. " Essendo stato lui stesso a Bergen-Belsen,

subito dopo la fine della guerra, il dr. Barton è ben informato su ciò che riguarda

le menzogne della mitologia dei campi di concentramento, e conclude: "Per

capire le cause della situazione che abbiamo trovato a Bergen-Belsen, bisogna

stare attenti e non farsi suggestionare dall'orribile spettacolo che si è presentato

ai nostri occhi, e che è stato abilmente sfruttato dalla propaganda". Voler

parlare di queste condizioni semplicemente con le parol!e "buono" o "cattivo",

significa non rendersi conto di tutte le circostanze .

Montaggi fotografici.

Non soltanto situazioni del genere, come quelle di Bergen-Belsen, furono

vergognosamente sfruttate per fini propagandistici, ma la propaganda utilizzò

fotografie e film di atrocità interamente truccati. Le condizioni eccezionali in cui

venne a trovarsi Bergen-Belsen valgono effettivamente soltanto per pochi

campi. La maggior parte di essi sfuggì alle più gravi difficoltà e tutti gli internati

sopravvissero in buone condizioni di salute. Tuttavia è stato fatto uso di abili

falsificazioni, per esagerare le condizioni dei campi negli ultimi mesi di guerra.

Un simile caso di falsificazione fu scoperto dal giornale britannico Catholic

Herald, il 29 ottobre 1948. A Kassel, dove ogni tedesco adulto fu costretto ad

assistere a un film sugli "orrori" di Buchenwald, un medico di Gottinga

riconobbe se stesso sullo schermo, mentre osservava delle vittime. Dopo un

momento di sbalordimento, si rese conto di aver visto delle scene di un

documentario, girato dai Tedeschi a Dresda, dopo il terribile attacco aereo del

13 febbraio 1945: in quell'occasione quel medico aveva pre stato il suo aiuto. Il

film fu mostrato a Kassel il 19 ottobre 1948. Dopo l'attacco aereo su Dresda, che

provocò 135.000 vittime, per lo più donne e bambini, i cadaveri delle vittime

erano stati bruciati, in mucchi di 400-500 cadaveri. L'operazione durò alcune

settimane. Queste erano le immagini che il medico aveva riconosciuto e che

venivano presentate come testimonianze degli orrori di Buchenwald. La

— 57 —

falsificazione di fotografie riproducenti atrocità della guerra non è un fatto

nuovo. Il lettore interessato è rinviato al libro di Arthur Ponsonby, Falsehood in

Wartime [I falsi nella guerra] (Londra, 1928), che contiene montaggi fotografici

delle "atrocità" tedesche nella prima guerra mondiale.

Ponsonby indica particolarmente "la fabbrica di cadaveri" e "i bambini

belgi senza mani", che sono il corrispettivo propagandistico dei "crimini

nazisti". F. J. P. Veale dichiara che l'espressione "pezzo di saponetta umana" fu

introdotta dagli accusatori sovietici a Norimberga, come ripetizione e imitazione

della menzogna britannica, nella guerra del 1914-18, della "fabbrica di cadaveri",

secondo la quale i terribili Tedeschi avrebbero prodotto diverse sostanze grazie

all'utilizzazione di cadaveri (Veale, ibid., pag. 192). Per questa accusa il governo

britannico presentò le sue scuse dopo il 1918. Ma questa storia fu rimessa in vita

dopo il 1945, nel racconto dei paralumi fatti con pelle umana, che corrisponde a

quello delle " saponette umane ". In realtà Manwell e Frankl confessano a denti

stretti che la prova dei paralumi, al processo di Buchenwald "apparve più tardi

molto dubbia" (The Incomparable Crime, pag. 84). Questa storiella si affermò

grazie a una "dichiarazione giurata scritta" di un certo Andreas Pfaffenberger,

dichiarazione del tipo di quelle che abbiamo prima esaminato; ma il generale

Lucius Clay riconobbe nel 1948 che le dichiarazioni presentate al processo si

rivelarono, a un più attento esame, prive di serio fondamento.

Un'opera eccellente su montaggi fotografici, in riferimento alla menzogna

dei Sei Milioni, è il libro del politologo Udo Walendy, Bild Dokumente fur die

Geschichtsschreibung [Documenti fotografici per la storiografia] (Vlotho/Weser

1973). Riportiamo qui uno dei numerosi esempi. (Illustrazioni omesse) La

provenienza della prima fotografia non è conosciuta, ma la seconda è un

fotomontaggio. Un attento esame revela subito che le figure in piedi sono

ricavate dalla prima fotografia e che davanti ad esse è stato montato un mucchio

di cadaveri. La palizzata è stata eliminata: ecco come si ottiene una nuova

fotografia. Questa evidente falsificazione si trova a pag. 431 del libro di R.

Schnabel, Macht ohne Moral: eine Dokumentation über die SS (Potere senza

morale: una documentazione sulle SS), con la didascalia Mauthausen (Walendy

riporta altri 18 esempi di falso fotografico dal libro di Schnabel). La stessa

fotografia è riprodotta anche negli Atti della Corte Internazionale di Giustizia

Militare, vol. , pag. 421, per dare un'immagine clel Lager di Mauthausen. Si

trova, senza didascalia in: Eugene Aroneau, Konzentrazionslager - Documento

F. 321 per il Tribunale Internazionale di Norimberga; in Heinz Kuhnrichs, Der-

KZ-Staat (Berlino 1960, pag. 87); in Vaclav Berdych, Mauthausen (Praga 1959);

e in Robert Neumann, Hitler, Aufstieg und Untergang des Dritten Reiches

(Monaco 1961).

— 58 —

IX GLI EBREI E I CAMPI DI CONCENTRAMENTO: UNA DOCUMENTAZIONE DELLA CROCE ROSSA


Sulla questione ebraica in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e

sulle condizioni di vita nei campi di concentramento tedeschi esiste uno studio

che, complessivamente, è obiettivo e sincero: si tratta del Rapporto del Comitato

Internazionale della Croca Rossa sulla sua attività nella Seconda Guerra

Mondiale, in tre volumi (Ginevra 1948). Questo ampio rapporto, di parte

neutrale, comprende e allarga due opere precedenti: Documents sur l'activité

du CICR et en Faveur des civils détenus dans les Camps de Concentration en

Allemagne 1939-1945 (Ginevra 1946) e Inter Arma Caritas: l'Attività della

Croce Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale (Ginevra 1947). Gli autori,

diretti da Frederic Siordet, dichiarano nell'introduzione che il rapporto si

propone, nella tradizione della Crocce Rossa, di mantenere la più stretta

neutralità politica. E in questo sta tutta la sua importanza. Il Comitato

Internazionale della Croce Rossa, richiamandosi alla convenzione di Ginevra del

1929 ottenne di poter visitare i prigionieri civili, internati dalle autorità tedesche

nell'Europa centrale e occidentale. Non fu invece concesso al Comitato di recarsi

a visitare i campi dell'Unione Sovietica. I milioni di prigionieri civili e militari

dell'Unione Sovietica, le cui condizioni di vita erano notoriamente le peggiori,

erano esclusi da ogni controllo internazionale. Il "Rapporto della Croce Rossa" è

importante perché in primo luogo chiarisce sulla base di quali considerazioni

giuridiche gli Ebrei furono internati nei campi di concentramento, ossia in

quanto cittadini di uno Stato nemico. Distinti i prigionieri civili in due categorie,

il rapporto definisce la seconda categoria come comprendente "civili evacuati

per motivi amministrativi (in tedesco: Schutzhaf = detenzione preventiva ) che

erano stati internati per motivi politici o razziali, perché la loro presenza era

considerata un pericolo per lo Stato o per le truppe di occupazione" (vol. III,

pag. 73) . "Queste persone", continua il rapporto, "furono assimilate alle

persone arrestate o imprigionate, in forza di una legge comune, per motivi di

sicurezza" ( pag. 74).

Il Rapporto riconosce che in un primo momento i Tedeschi si rifiutarono,

per motivi di sicurezza, di affidare alla Croce Rossa la sorveglianza di persone

detenute per motivi di sicurezza dello Stato ma, a partire dal secondo semestre

del 1942, il Comitato ottenne dalla Germania importanti concessioni. A partire

dall'agosto 1942 fu permesso al Comitato di distribuire nei principali campi di

concentramento della Germania pacchi di viveri, e "dal febbraio 1943

I'autorizzazione fu estesa a tutti i campi e a tutte le prigioni" (vol. III, pag. 78). Il

comitato allacciò presto rapporti con tutti i comandanti dei campi di

concentramento e attuò un programma di aiuti, che funzionò fino agli ultimi

mesi del 1945, così come viene dimostrato dalle migliaia di lettere di

ringraziamento inviate da parte di internati ebrei.

Gli Ebrei ricevettero i pacchi della Croce Rossa

IL rapporto accerta che "quotidianamente venivano preparati fino a 9000

pacchi. Dall'autunno 1943 al maggio 1945 furono spediti complessivamente ai

— 59 —

vari campi di concentramento 1.112.000 pacchi, per un peso di 4.500 tonnellate.

" (vol. III, pag. 80). Oltre ai viveri, gli internati ricevevano indumenti e

medicinali. " Pacchi vennero spediti a Dachau, Buchenwald, Sangerhausen,

Sachsenhausen, Oranienhurg, Flossenburg, Landsberg am Lech, Floha,

Ravensbriick, Hamburg-Neuengamme, Mauthausen, Theresienstadt,

Auschwitz, Bergen-Belsen, a campi di concentramento vicino a Vienna, in

Germania centrale e meridionale. I destinatari principali erano Belgi, Olandesi,

Francesi, Greci, Italiani, Norvegesi, Polacchi, Ebrei apolidi " (vol. III, pag. 83).

Nel corso della guerra "il Comitato fu in condizione di spedire e distribuire aiuti

per un valore di oltre 20 milioni di franchi svizzeri, raccolti in tutto il mondo da

organizzazioni assistenziali ebraiche, soprattutto dalla Amerikan Joint

Distribution Committee di New York" (vol. I, pag. 644). Quest'ultima

organizzazione era stata autorizzata dal governo tedesco a tenere un ufficio a

Berlino, fino a quando l'America non entrò in guerra. La Croce Rossa ebbe a

lamentarsi per le difficoltà che incontrava nella sua azione, non per colpa dei

Tedeschi, ma del blocco dell'Europa, voluto dagli Alleati. Gli acquisti erano fatti

per lo più in Romania, Ungheria e Slovacchia. Il comitato lodò particolarmente,

fino alla sua ultima visita, nell'aprile del 1945, Theresienstadt, per lo spirito

liberale con il quale veniva amministrato. Questo campo di concentramento

"dove erano raccolti circa 40.000 Ebrei provenienti da diversi paesi, era un

ghetto privilegiato" (vol. III, pag. 75). Secondo il rapporto, "ai delegati del

Comitato era possibile visitare il campo di Theresienstadt, riservato ad Ebrei ed

amministrato in modo particolare. Secondo informazioni, che il comitato

ricevette, questi campi di concentramento rappresentavano un esperimento

avviato da alcuni gerarchi del Reich... Essi desideravano di dare agli Ebrei la

possibilità di avere una propria vita comunitaria, di autogovernarsi e di

possedere quasi le prerogative della sovranità... A due delegati fu possibile

visitare il campo di concentramento il 6 aprile 1945. Essi confermarono

l'impressione favorevole della loro prima visita" (vol. I, pag. 642). Il Comitato

ebbe anche parole di lode per il regime di Jon Antonescu, il capo fascista della

Romania, dove gli fu possibile estendere il proprio aiuto a 183.000 Ebrei

rumeni, fino al tempo dell'occupazione sovietica. Allora l'aiuto cessò, e la Croce

Rossa si lamentò amaramente di non essere mai riuscita "a mandare qualcosa in

Russia " (vol. II, pag. 62). Lo stesso destino toccò a molti campi di

concentramento in Germania, dopo la "liberazione" da parte dei Russi. Il

comitato ricevette una grande quantità di posta da Auschwitz, fino al tempo

dell'occupazione sovietica, quando molti internati furono evacuati verso

Occidente. Ma gli sforzi della Croce Rossa per spedire degli aiuti agli internati

rimasti ad Auschwitz sotto i sovietici, non ebbe successo. Invece furono spediti

pacchi di viveri ad ex internati di Auschwitz, trasferiti in altri campi, come

Buchenwald o Oranienburg.

Nessuna prova di genocidio

Uno degli aspetti più importanti del "Rapporto della Croce Rossa" è che

esso mette in chiaro le diverse cause dei decessi awenuti nei campi di

concentramento verso la fine della guerra. Il rapporto dice: "La situazione

caotica in Germania, durante gli ultimi mesi di guerra, quando i campi di

concentramento non ricevevano più rifornimenti di viveri, provocò un numero

— 60 —

sempre crescente di vittime. Il governo tedesco, allarmato da questa situazione,

informò infine la Croce Rossa, il 10 febbraio 1945... Nel marzo dello stesso anno,

colloqui tra il presidente del "Comitato Internazionale della Croce Rossa" ed il

generale delle SS Kaltenbrunner diedero risultati concreti. Operazioni di

soccorso poterono essere avviate immediatamente dal Comitato stesso, e fu

permesso che in ogni campo di concentramento rimanesse un delegato della

Croce Rossa... " (vol. III, pagina 83)

Sicuramente le autorità tedesche facevano ogni sforzo per migliorare la

situazione, per quanto era possibile. La Croce Rossa rivela anche che i

rifornimenti di viveri dovettero essere interrotti a causa degli attacchi aerei degli

Alleati contro la rete dei trasporti tedesca, e che, nell'interesse degli Ebrei

internati, protestò contro "la barbara guerra aerea degli Alleati " (Inter Arma

Caritas, pag. 78). Il 2 ottobre 1944 il Comitato della Croce Rossa Internazionale

mise in guardia il Ministero degli Esteri tedesco contro l'imminente crollo del

sistema dei trasporti tedesco e dichiarò che una carestia si sarebbe resa

inevitabile per tutta la popolazione della Germania.

Se si esamina questo ampio rapporto in 3 volumi, si constata che manca

completamente qualsiasi prova che esistesse, nei campi di concentramento

dell'Europa occupata dalle forze dell'Asse, una politica di sterminio. In nessuna

delle 1.600 pagine del "Rapporto" si trova un accenno alle camere a gas. Si

ammette che Ebrei, come anche prigionieri di altre nazionalità soffrirono

privazioni e furono trattati con rigore, ma il completo silenzio sull'argomento di

un genocidio programmato è una confutazione della menzogna dei "Sei

Milioni". Alla Croce Rossa, come pure ai rappresentanti del Vaticano, con i quali

essa collaborò, non fu possibile unirsi al coro di accuse di genocidio come è oggi

di moda. Per quanto riguarda l'effettivo numero di morti, il Rapporto sottolinea

che la maggior parte dei medici ebrei in servizio nei campi di concentramento

furono impiegati per combattere l'epidemia di tifo scoppiata sul fronte orientale,

cosicché fu a loro impossibile fronteggiare l'epidemia del 1945 nei campi di

concentramento (vol. I, pagina 204).

Incidentalmente viene affermato che esecuzioni in massa avevano luogo in

camere a gas camuffate da docce. Il Rapporto fa giustizia di questa accusa:

"Vennero ispezionati dai delegati non solo i lavatoi, ma anche i bagni e le docce.

Spesso si interveniva, quando era necessario migliorare le installazioni,

ripararle o ingrandirle" (vol. III, pag. 594).

Non tutti erano internati

Il terzo volume del Rapporto della Croce Rossa, terzo capitolo (I.

Popolazione Civile Ebraica) tratta "degli aiuti che vennero dati alla parte ebraica

della popolazione civile". Questo capitolo mette in chiaro che non tutti gli Ebrei

europei furono internati in campi di concentramento, ma che una parte di essi

rimase, pur con delle limitazioni, tra la popolazione civile. Questo contrasta con

la "inesorabilità" del presunto "piano di sterminio" e con l'affermazione,

contenuta nelle false Memorie di Höss, secondo cui Eichmann avrebbe avuto

l'ossessione di catturare "qualsiasi Ebreo che gli capitasse a tiro". Il Rapporto,

per esempio, riferisce che in Slovacchia, dove era responsabile l'assistente di

Eichmann, Dieter Wisliceny, una grande parte della locale minoranza ebraica

aveva il permesso di rimanere in paese, e che, in determinati periodi, la Ne sono morti davvero sei milioni ?

— 61 —

Slovacchia fu considerata un territorio relativamente sicuro per gli Ebrei,

soprattutto, fino alla fine dell'agosto 1944, per quelli provenienti dalla Polonia.

Coloro che rimasero in Slovacchia vissero senza pericoli fino all'agosto del 1944,

quando scoppiò la rivolta contro le truppe tedesche. È vero che la legge del 15

maggio 1942 aveva determinato l'internamento di migliaia di Ebrei; ma essi

furono tenuti in campi di concentramento dove le condizioni di vita erano

accettabili e dove era loro permesso di lavorare dietro compenso, a condizioni

quasi uguali a quelle dei liberi lavoratori (vol. I, pag. 646).

Non solo una gran parte dei 3.000.000 di Ebrei europei poté evitare

l'internamento, ma, durante tutta la durata della guerra, continuò, attraverso

l'Ungheria, la Romania e la Turchia l'emigrazione degli Ebrei. Per ironia della

sorte anche l'emigrazione postbellica degli Ebrei dai territori occupati dai

Tedeschi fu facilitata dal Reich, come nel caso degli Ebrei polacchi, che erano

giunti in Francia prima dell'occupazione. "Gli Ebrei provenienti dalla Polonia

che, mentre erano in Francia, avevano ottenuto l'autorizzazione ad emigrare

negli Stati Uniti, furono trattati dai Tedeschi come cittadini americani e i loro

passaporti, rilasciati dai consolati di Stati sudamericani, furono ritenuti validi "

(vol. I, pag. 645). Come futuri cittadini americani questi Ebrei furono trattati,

nel campo di concentramento di Vittel, nella Francia meridionale, come

stranieri americani.

Soprattutto l'emigrazione dall'Ungheria di Ebrei europei proseguì per tutta

la durata della guerra, senza essere ostacolata dalle autorità tedesche. "Fino al

marzo 1945", riferisce il Rapporto della Croce Rossa, " gli Ebrei potevano

lasciare l'Ungheria, se erano in possesso di un visto per la Palestina" (vol 1 pag

648).

  • 62 —

X FINALMENTE LA VERITÀ: L’OPERA DI PAUL RASSINIER

Senza dubbio il più importante contributo a un'indagine obiettiva e

spassionata sulla questione dello sterminio è l'opera dello storico francese prof.

Paul Rassinier. Il valore di quest'opera sta nel fatto che Rassinier ha conosciuto

per diretta esperienza la vita nei campi di concentramento e che, essendo um

intellettuale francese socialista e antinazista, non aveva certo interesse a

difendere Hitler o il Nazionalsocialismo. Tuttavia, per amore di giustizia e di

verità storica, Rassinier dedicò gli anni del dopo guerra, fino alla sua morte nel

1966, a studi e ricerche che confutano la menzogna dei "Sei Milioni" e delle

atrocità dei nazisti. Dal 1933 al 1943, Rassinier fu professore di Storia presso il

Collège d'Enseignement Général a Belfort, Académie de Besançon. Durante la

guerra combatte nella resistenza, finché, il 3 ottobre 1943 fu catturato dalla

Gestapo e rinchiuso nei campi di concentramento di Buchenwald e Dora. Alla

fine della guerra si ammalò di tifo: la malattia minò la sua salute

definitivamente, così che non poté più riprendere l'insegnamento. Dopo la

guerra fu decorato con la Médaille de la Résistance e della Reconnaisance

Française ed eletto deputato alla Camera, dalla quale fu cacciato dai comunisti

nel novembre 1946. Rassinier cominciò quindi la sua grancle opera: un'analisi

sistematica del preteso "sterminio" degli Ebrei. Non sorprende che le sue opere

siano poco note. Poche sono state tradotte, e nessuna in inglese. Le più

importanti sono: Le Mensonge d'Ulysse (Parigi 1949; ) che è un esame sulle

condizioni di vita nei campi di concentramento, basato sulle sue esperienze

personali; Ulysse trahi par les Siens (1960), dove vengono confutate le

affermazioni dei propagandisti. Il suo enorme lavoro fu completato da due

opere conclusive, Le Véritable Procès Eichmann (1962) e Le Drame des juifs

européens (1964), dove con una precisa analisi statistica, vengono messe a nudo

vergognose falsificazioni. L'ultima opera prende in esame anche il significato

politico e finanziario della menzogna dello sterminio, e il suo sfruttamento da

parte di Israele e delle potenze comuniste. Uno dei molti meriti dell'opera del

Rassinier è quello di aver dissolto la menzogna della malvagità tedesca e di aver

svelato in che modo la verità storica fu annebbiata da una propaganda di parte.

Le sue indagini mostrano chiaramente che il destino degli Ebrei durante la

Seconda Guerra Mondiale, una volta purificato da tutte le distorsloni e

ricondotto alle sue giuste proporzioni, si libera dagli spropositati eccessi

propagandistici per apparire in una luce diversa e meno tragica. In un giro di

conferenze attraverso la Germania, nella primavera del 1960, il prof. Rassinier

sottolineò, di fronte ad un pubblico tedesco, che era ormai tempo di far

risorgere la verità riguardo alla menzogna dello sterminio e che proprio ai

Tedeschi toccava cominciare, perché queste accuse lasciavano sulla Germania,

agli occhi del mondo intero, un marchio di vergogna, del tutto ingiustificato.

La menzogna delle camere a gas

Rassinier ha intitolato il suo primo libro La Menzogna di Ulisse, alludendo

alle storie incredibili raccontate da chi ritorna da paesi lontani "a beau mentir

— 63 —

qui vient de loin ". Fino alla sua morte, Rassinier esaminò tutta la letteratura

concentrazionaria, cercando di ritrovare o di incontrare gli autori di quelle

storie. Fece giustizia dell'affermazione stravagante di David Rousset (The Other

Kingdom, New York 1947), secondo la quale a Buchenwald ci sarebbero state

camere a gas. Poiché egli stesso era stato internato a Buchenwald, poté provare

che cose del genere non c'erano mai state (La Menzogna di Ulisse). Rassinier

mise alle strette anche l'abate Jean Paul Renard, domandandogli come potesse

egli testimoniare, nel suo libro Chaînes et Lumières, che a Buchenwald ci

fossero camere a gas. Renard gli rispose di averlo sentito da altri, e di aver

pertanto accettato di testimoniare su cose che non aveva mai vedute (ibid., pgg.

223 sgg.). Rassinier esaminò anche il libro di Denise Dufournier, Ravensbrück:

The Women's Camp of Death (Londra 1948). E ancora una volta dovette

constatare che l'autrice non aveva altra prova dell'esistenza di camere a gas che

vaghe "voci", che, secondo Charlotte Bormann, erano state messe in circolazione

da internati comunisti. Analoghi esami vennero condotti su libri come: This was

Auschwitz: The Story of a Murder Camp di Philipp Friedman (New York 1946)

e The Theory and Practice of Hell di Eugen Kogon (New York 1950); e trovò che

nessuno di questi autori poteva indicare un testimone vivente che avesse visto

ad Auschwitz una camera a gas né loro stessi ne avevano mai visto una. Kogon

pretende che una ex internata poi deceduta, Janda Weiss, gli avrebbe detto di

aver visto ad Auschwitz camere a gas; ma poiché questa persona era deceduta,

Rassinier non poté ovviamente chiederle dei chiarimenti e controllare la

veridicità e autenticità della testimonianza. Gli fu invece possibile interrogare

Benedikt Kautsky, l'autore di Teufel und Verdammte (Il Demonio e i Dannati),

che aveva parlato dello sterminio di milioni di Ebrei ad Auschwitz. Kautsky poté

solo confermare a Rassinier di non aver mai visto personalmente una camera a

gas; le sue informazioni si basavano su quello che altri a gli avevano raccontato.

La medaglia d'oro in letteratura concentrazionaria viene assegnata da Rassinier

a Miklos Nyizli, per il suo libro Doctor at Auschwitz (Medico ad Auschwitz),

dove la falsificazione di fatti, le manifeste contraddizioni, le menzogne più

sfacciate mostrano che l'autore parla di luoghi che non ha mai visti (Le Drame

des juifs européens, pag. 52).

Secondo questo libro, furono eliminate ogni giorno 25.000 persone, per 4

anni e mezzo, ciò che rappresenta un progresso, rispetto ai 24.000 morti al

giorno, per 2 anni e mezzo di Olga Lengyel. Ciò darebbe un totale di 41 milioni

di vittime, solo ad Auschwitz, cioè due volte e mezzo l'intera popolazione ebraica

mondiale di prima della guerra. Quando Rassinier cercò di avere notizie su

questo "testimone", gli fu raccontato "che era morto qualche tempo prima della

pubblicazione del libro". Rassinier è convinto che Miklos Nyizli non sia altro che

un personaggio fittizio. Dalla fine della guerra Rassinier ha effettivamente girato

per tutta l'Europa alla ricerca di qualcuno che fosse stato veramente testimone

di "gassazioni" nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda

Guerra Mondiale; ma la sua ricerca è stata vana. Scoprì, invece, che nessuno

degli autori che sostengono che i Tedeschi avrebbero sterminato milioni di

Ebrei aveva mai visto una camera a gas, costruita per questo scopo, né alcun

autore poté procurarsi mai un testimone vivente che ne avesse visto una. Senza

dubbio ex prigionieri come Renard, Kautsky e Kogon hanno basato le loro

affermazioni non su ciò che essi avevano visto, ma su ciò che avevano "sentito",

sempre da fonti "degne di fiducia", che erano però già morte, nelle più svariate

— 64 —

circostanze, e alle quali non era pertanto possibile far confermare o non

confermare le loro dichiarazioni. Il fatto più importante che emerge dagli studi

del Rassinier e sul quale non ci possono essere dubbi è la menzogna sulle

"camere a gas". Serie indagini, condotte sul posto, hanno inconfutabilmente

dimostrato che, in contrasto con quanto affermato dai "testimoni" sopravvissuti,

non ci sono mai state camere a gas nei campi di concentramento tedeschi di

Buchenwald, Bergen-Belsen, Ravensbrück, Dachau e Dora, o a Mauthausen, in Austria.

Questo fatto, da noi plù sopra già rilevato è stato confermato da Stephen

Pinter, del "Ministero della Guerra degli USA", e ufficialmente riconosciuto

dall"'Istituto di Storia Contemporanea" di Monaco. Tuttavia Rassinier fa notare

che "testimoni" hanno dichiarato al processo Eichmann di aver visto a Bergen-

Belsen prigionieri avviati alle camere a gas. Per quanto riguarda i campi di

concentramento orientali, in Polonia, Rassinier mostra che l'unica

testimonianza che confermerebbe l'esistenza di camere a gas a Treblinka,

Chelmno, Belzec, Maidanek e Sobibor è quella, assurda e senza fondamento di

Kurt Gerstein, della quale si è più sopra già parlato. In un primo tempo,

Gerstein aveva sostenuto che sarebbero stati eliminati 40.000.000 di persone,

cifra assurda; successivamente, nella sua prima "memoria" firmata, aveva

ridotto la cifra a 25.000.000. In una sua seconda "memoria" ridusse

ulteriormente la cifra. Questi documenti furono a tal punto considerati sospetti,

che non vennero accettati nemmeno dal Tribunale di Norimberga; tuttavia

rimasero in circolazione in tre diverse redazioni. Una in tedesco (viene

distribuita nelle scuole) e due in francese: nessuna delle tre versioni concorda

con le altre. L'edizione tedesca servì come "prova" nel processo Eichmann

(1961). Infine il prof. Rassinier volse l'attenzione ad un'importante ammissione

del dr. Kubovy, direttore del Centro Mondiale di Storia Ebraica Contemporanea

a Tel Aviv, contenuta in La Terre Retronvée (La terra ritrovata) del 15 dicembre

1960. Il Dr. Kubovy riconosce che non esiste un solo ordine di Hitler, Himmler,

Heydrich o Goering a proposito dello sterminio degli Ebrei (Le Drame des juifs

européens, pag. 31, 39).

La menzogna dei "Sei Milioni" viene confutata

Per quanto riguarda la cifra propagandistica dei Sei Milioni, Rassinier ne

dimostra la falsità sulla base di una accurata indagine statistica. Egli mostra che

questo numero fu introdotto subdolamente, accrescendo il numero della

popolazione ebraica di prima della guerra e non tenendo conto dell'emigrazionc

e dell'evacuazione; e inoltre abbassando il numero dei sopravvissuti alla fine

della guerra. Questo fu il metodo applicato dal Jewish World Congress

(Congresso Mondiale Ebraico). Rassinier respinge anche ogni "testimonianza",

scritta o orale, sui Sei Milioni, che sia stata data da "testimoni" del tipo di quelli

sopra descritti: perché sono tutte piene di contraddizioni, di esagerazioni,

falsità. Fa l'esempio delle vittime di Dachau: nel 1946 il pastore Niemöller aveva

ripetuto l'assurda valutazione di 238.000 morti già avanzata da Auerbach,

mentre il vescovo di Monaco Neuhaussler, in un discorso pronunciato a Dachau,

nel maggio del 1962, parlò di soli 30 mila morti « fra i complessivi 200.000

internati di 38 nazioni » (Le Drame des Juifs européens} pag. 12). Oggi il

numero è ancora sceso di alcune migliaia,e continuerà a scendere. Rassinier ne

— 65 —

conclude che dichiarazioni in appoggio alla tesi dei Sei Milioni, date da uomini

come Höss, Hoettl, Wisliceny e Hollriegel, che temevano la condanna capitale, o

speravano di essere graziati e che erano stati sottoposti a continue torture, sono

del tutto inattendibili.

Rassinier trova degno di nota il fatto che al processo Eichmann non sia

stata citata la cifra dei Sei Milioni. "L'accusa al processo di Gerusalemme, fu

indebolita dalI'assenza del tema centrale: i sei milioni di Ebrei, che si pretende

siano stati sterminati nelle camere a gas. Questa allegazione poté essere

facilmente creduta nei giorni subito dopo la guerra, in una situazione di

generale disordine materiale e spirituale. Oggi sono stati pubblicati diversi

documenti che al tempo del processo di Norimberga non erano ancora

accessibili e che tendono a dimostrare che se anche gli Ebrei hanno subito

ingiustizie e sono stati perseguitati dal regime di Hitler, non si può

assolutamente parlare di sei milioni di vittime" (ibid., pag. 125). Rassinier

dedica 100 pagine ad un esame accurato di materiale statistico, e conclude nel

volume Le Drame des juifs européens che le perdite ebraiche della Seconda

Guerra Mondiale non possono aver superato il 1.200.000; e fa notare che questa

valutazione è stata anche accettata dal "Centro Mondiale di Documentazione

Ebraica Contemporanea" di Parigi. Tuttavia questa cifra rappresenterebbe il

limite massimo e Rassinier richiama l'attenzione sulla valutazione di 896.892

morti o uccisi, proposta in uno studio dello statistico ebreo Raul Hilberg. Lo

Stato di Israele, tuttavia, ricorda Rassinier, continua a reclamare riparazioni per

sei milioni di morti, in ragione di 5.000 marchi tedeschi per ogni vittima (immaginaria)!

Emigrazione = la Soluzione finale

Il prof. Rassinier sottolinea in modo particolare, che il governo tedesco

non ha mai seguito altra politica nei confronti degli Ebrei che quella di farli

emigrare in paesi d'oltremare. Spiega anche che, dopo la promulgazione delle

leggi razziali di Norimberga, nel settembre 1935, i Tedeschi trattarono con gli

Inglesi per rendere possibile l'emigrazione degli Ebrei tedeschi in Palestina,

sulla base della dichiarazione di Balfour. Dopo il fallimento di queste trattative,

si rivolsero ad altri Paesi, chiedendo se fossero disposti a interessarsi della cosa,

ma tutti rifiutarono (ibid., pag. 20). Il Piano Palestina fu ripreso nel 1938, ma

fallì nuovamente, perché la Germania non poteva accettare di pagare 3.000.000

di marchi, pretesi dell'Inghilterra per il trasporto, senza ottenere un accordo di

compensazione. Nonostante queste difficoltà, la Germania assicurò

l'emigrazione ad una gran parte degli Ebrei, per lo più verso gli Stati Uniti.

Rassinier fa riferimento al rifiuto francese del Piano Madagascar, proposto dalla

Germania alla fine del 1940. « In una relazione del 21 agosto 1942 il segretario

di stato del Ministero degli Esteri det Terzo Reich, Luther, scrive che sarebbe

possibile negoziare con la Francia in questa direzione e descrive i colloqui che

ebbero luogo nel luglio e nel dicembre del 1940; colloqui che furono interrotti in

seguito all'intervista che Pierre Etienne Flandin, successore di Laval, aveva

concesso a Montoire, il 13 dicembre 1940. Durante tutto l'anno successivo i

Tedeschi sperarono di poter riprendere queste trattative e di condurle a buon

fine » (ibid., pag. 108). Dopo lo scoppio della guerra, gli Ebrei che, come ci

ricorda Rassinier, avevano dichiarato già nel 1933 la guerra economica e

— 66 —

finanziaria alla Germania furono internati in campi di concentramento, "ciò che

fa ogni paese in guerra con i cittadini di un paese nemico... Si decise pertanto di

trasferirli e costringerli al lavoro in un grande ghetto che, dopo la vittoriosa

avanzata in Unione Sovietica, fu installato, verso la fine del 1941, nei cosiddetti

territori orientali (Ostgebiete), vicino agli ex confini tra Russia e Polonia: ad

Auschwitz, Chelmno, Belzec, Maidanek, Treblinka, ecc... Lì avrebbero dovuto

aspettare la fine della guerra, fino alla ripresa di trattative internazionali che

avrebbero deciso della loro sorte " (Rassinier, Le véritable procès Eichmann,

pag. 20). L'ordine di raccogliere gli Ebrei nel ghetto orientale fu dato ad

Heydrich da Goering, e fu considerato come il preludio della "desiderata

soluzione finale" ossia l'emigrazione in paesi d'oltremare, appena fosse finita la guerra.

Colossale menzogna

Il prof. Rassinier prende in grande considerazione il modo in cui la

menzogna dello sterminio fu sfruttata per vantaggi politici e finanziari. Qui

Israele e Unione Sovietica vanno perfettamente d'accordo. Egli fa notare che,

dopo il 1950, dilagò un profluvio di libri menzogneri sullo sterminio, sotto

l'abile direzione di due organizzazioni, il cui lavoro procedeva in tale sincronia,

da far pensare che ubbidivano ad un'unica mente. La prima organizzazione era

il Comitato per la Ricerca dei Crimini e dei Criminali di Guerra, costituito a

Varsavia sotto gli auspici del governo comunista, l'altra il Centro Mondiale di

Storia Contemporanea e di Documentazione Ebraica, con sede a Parigi e a Tel

Aviv. Le loro pubblicazioni videro la luce in un clima politico favorevole: per

l'Unione Sovietica l'obiettivo era quello di mantenere viva la minaccia nazista

per allontanare l'attenzione dalle proprie attività. Per quanto riguarda Israele, il

mito dei Sei Milioni è motivato, secondo Rassinier, da fini di natura puramente materiale.

Nel libro Le Drame des juifs européens (pagg. 31, 39) Rassinier scrive:

"...Si tratta di giustificare, con un certo numero di vittime, le enormi sovvenzioni

che lo Stato di Israele riceve annualmente dalla Germania, a titolo di

riparazione di danni; questo indennizzo non ha alcuna base, né giuridica né

morale, poiché lo Stato di Israele non esisteva al momento in cui questi pretesi

danni furono provocati. e dunque una questione di natura finanziaria e

materiale". Si tratta dunque semplicemente e volgarmente di denaro (gros

sous). "Forse occorre ricordare che lo Stato di Israele è stato fondato soltanto

nel 1948, e che gli Ebrei erano cittadini di tutti i paesi, eccetto che di Israele, per

far comprendere l'enorme impostura; per descrivere la quale nessuna lingua

possiede le parole necessarie. Da un lato la Germania paga a Israele le

riparazioni, calcolate sulla base di 6 milioni di morti; dall'altro, poiché alla fine

della guerra quattro quinti dei sei milioni erano vivi e vegeti, la Germania versa

somme ingenti a titolo di Wiedergutmachung (indennizzo delle vittime delle

persecuzioni del nazionalsocialismo) agli Ebrei che vivono nei paesi di tutto il

mondo, fuori che in Israele nonché agli aventi diritto degli Ebrei morti in

seguito. Ciò significa che per i primi (cioè i sei milioni) o, detto diversamente,

per la stragrande maggioranza, essa paga il doppio.

— 67 —

CONCLUSIONE

Ecco, riassumendo, quanti sono stati gli Ebrei morti o uccisi durante

l'ultima guerra. Contrariamente a quanto è stato affermato a Norimberga e nel

processo Eichmann, nei territori sotto giurisdizione tedesca non vivevano

9.000.000 di Ebrei, ma solo 3.000.000 (escludendo l'Unione Sovietica), e

questo a causa della massiccia emigrazione. Anche calcolando gli Ebrei che

vivevano nella Russia occupata dai Tedeschi (ma i più vennero evacuati prima

dell'avanzata germanica), non si dovrebbero superare i 4.000.000. Lo statistico

di Himmler, dr. Richard Korherr, e il Centro Mondiale di Storia Contemporanea

e Documentazione Ebraica calcolarono rispettivamente un totale di 5.500.000 e

5.290.000, nel momento di massima espansione dell'occupazione tedesca; ma

entrambe le valutazioni comprendono i 2.000.000 di Ebrei del Baltico e della

Russia occidentale, senza tener conto del gran numero di Ebrei di quelle

comunità che furono evacuate. Tuttavia c'è l'ammissione, da parte di questo

centro di decumentazione ebraica, che in Europa e in Russia occidentale

vivevano meno di 6.000.000 di Ebrei. Quanto siano deboli le argomentazioni di

chi parla di 6.000.000 di vittime, lo dimostra il fatto che al processo Eichmann

l'accusa evitò di nominare questa cifra. Tuttavia, le valutazioni ufficiali del

numero di vittime vengono tacitamente abbassate da parte ebraica. La nostra

analisi delle statistiche riguardanti la popolazione e l'emigrazione ebraiche, così

come le indagini condotte dal giornale svizzero Baseler Nachrichten e quelle del

prof. Rassinier, mostrano che il numero delle vittime ebraiche non può

assolutamente essere stato superiore a 1.500.000. È pertanto degno di nota che

il Centro Mondiale di Storia Contemporanea e Documentazione Ebraica di

Parigi dica, adesso, che soltanto 1.485.292 Ebrei siano morti, di morte naturale

o non, durante la Seconda Guerra Mondiale; e sebbene questo numero sia

ancora troppo alto, è già lontanissimo dai leggendari Sei Milioni. Come già

ricordato, lo statistico ebreo Raul Hilberg giunse alla conclusione che ci furono

896.892 morti o uccisi, un totale ancora inferiore al precedente. Perfino l'ebreo

dr. Listoiewski scrisse sulla rivista The Broom, nel [maggio] 1952, [San Diego,

Calif.] di aver cercato per due anni e mezzo, come giurista e statistico, di

stabilire il numero degli Ebrei morti o dispersi durante l'era hitleriana (1933-

1945) e di essere giunto alla conclusione che questo numero oscillava tra i

350.000 e i 500.000. Listojewski concludeva dicendo che "se noi Ebrei

parliamo di sei milioni, diciamo un'infame menzogna!" (Studien für Zeitfragen,

n. 3/4, 14-4-1960). Sicuramente alcune migliaia di Ebrei sono morti nel corso

dell'ultima guerra, ma ciò deve essere visto nel contesto di un conflitto che fece

molti milioni di vittime innocenti in tutti i paesi raggiunti dalla guerra. Per

considerare la cosa nella sua giusta luce, dobbiamo ricordare, come esempio,

che 700.000 civili russi morirono durante l'assedio di Leningrado e che un

numero complessivo di 2.050.000 civili tedeschi, furono uccisi dagli attacchi

aerei alleati e durante la loro espulsione dai Territori occupati dall'Armata Rossa.

  • 68 —

Massacri immaginari

La domanda che più di ogni altra sta in connessione con la menzogna dello

sterminio è sicuramente questa: quanti dei 3.000.000 di Ebrei, che si trovarono

durante la guerra nei paesi sotto controllo tedesco, vivevano ancora dopo il

1945? Il Jewish Joint Distribution Committee valutò il numero dei sopravvissuti

in Europa tra 1.000.000 e 1.500.000, ma questa cifra è oggi inaccettabile, come

dimostra il numero sempre crescente di Ebrei che richiedono al governo della

Germania Federale risarcimenti per le persecuzioni che avrebbero patito tra il

1939 e il 1945. "Nel 1965, il numero dei richiedenti si era triplicato nel giro di

soli 10 anni, e raggiungeva la cifra di 3.375.000" (Aufbau, 30 giugno 1965).


Niente potrebbe meglio dimostrare la spudorata falsità della leggenda dei "Sei

Milioni". La maggior parte dei richiedenti sono Ebrei, cosicché non può più

sussistere il dubbio che la maggioranza dei 3.000.000 di Ebrei che furono

soggetti all'occupazione nazista in Europa siano vivi e in ottima salute.


In realtà, pertanto, le perdite ebraiche durante la Seconda Guerra Mondiale devono essere

valutate nell'ordine delle migliaia. Questo è sicuramente un motivo sufficiente

di dolore per il popolo ebreo. Ma chi ha il diritto di inventare massacri

inesistenti facendone ricadere colpa e vergogna su di una grande nazione

europea, e di richiederle poi ancora, fraudolentemente, un indennizzo

finanziario?




permalink | inviato da waa359 il 7/6/2009 alle 12:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
7 giugno 2009
Una farsa olocaustica


Una farsa olocaustica


Più di una trentina d’anni fa venne proiettata in Italia una pellicola romena intitolata "I Daci"; il regime nazionalcomunista di quegli anni incoraggiava anche nel cinema una produzione che mirasse a celebrare la formazione del popolo romeno e le sue successive vicende storiche.

Da allora, se ben ricordiamo, dalla Romania non è più arrivato qui da noi nessun prodotto cinematografico, nonostante nel paese danubiano non abbiano scarseggiato, nell’ultimo trentennio, registi di buon livello.

Tra questi non rientra affatto Radu Mihaileanu, il quale però ha capito come va il mondo (smecher! direbbero i suoi concittadini con un prestito linguistico d’origine yiddish) e ha trovato la maniera per garantirsi un successo che non avrebbe certamente conseguito, qualora avesse coltivato il filone dell’epica nazionale. Le scolaresche italiane non sarebbero state deportate in massa nelle sale cinematografiche per assistere a un film su Traiano, Decebalo, Stefano il Grande o il Maresciallo Antonescu.

Perciò Mihaileanu ha fatto un film, "Train de vie", ispirato all’epica ufficiale dell’Occidente: quella olocaustica. La vicenda che fa da sfondo al film è nota, perché i giornali ovviamente non sono stati avari di recensioni e di segnalazioni; anzi, nel 2003, in occasione di quella nuova festa nazionale italiana che è la Giornata della Memoria, "Train de vie" è stato anche inserito in alcuni programmi televisivi.

La storia comunque è la seguente. Nell’estate dell’anno cinquemila e rotti dalla creazione del mondo, cioè nel 1941 dell’era volgare, dunque all’epoca della dittatura instaurata dal generale Ion Antonescu in seguito all’espulsione dei legionari dal governo, l’esercito tedesco sta deportando tutti gli ebrei dalla Romania, naturalmente “in gas” (per dirla nell’italiano di Primo Levi). Immaginate che bolletta catastrofica, visto che erano più o meno ottocentomila gli ebrei che tra il XIX e il XX secolo avevano invaso la Romania.

In una imprecisata località di questa pseudoromania ammannita agli spettatori occidentali (ché in Romania "Train de vie" non hanno osato proiettarlo), lo scemo del villaggio suggerisce una via di salvezza: deportiamoci da soli e andiamo in Palestina in treno. E la Palestina, a quanto si apprende dai dialoghi curati da Moni Ovaia, è un luogo disabitato, un deserto che aspetta solo l’arrivo dei sionisti per poter essere trasformato in giardino.

L’idea dello scemo dello shtetl è accolta con entusiasmo dal rabbino e dagli altri saggi, perché per bocca degli scemi, dice il rabbino stesso, parla il dio degli ebrei. E così gli ebrei del villaggio si mettono al lavoro e in quattro e quattr’otto fabbricano un treno nuovo di zecca. La maggior parte della popolazione dello shtetl salirà sui vagoni posteriori, mentre sulle lussuose carrozze anteriori saliranno gli ebrei che si sono travestiti da SS. Li guida il bravo Mordechai, che si è tagliato la barba, si è travestito da colonnello SS e in poche ore ha imparato a parlare un tedesco perfetto: Die deutsche Sprache gut und schnell, come promettono alcuni corsi di lingua tedesca. Col suo tedesco impeccabile e una dialettica che farebbe invidia a un talmudista, Mordechai riesce a mettere nel sacco gli ufficiali tedeschi che ai posti di blocco vogliono controllare quello strano convoglio, il quale non è registrato né negli orari ferroviari né nelle liste dei “treni segreti”. I tedeschi, d’altronde, oltre ad essere delle bestie feroci, sono anche dei bestioni imbecilli, sicché il treno riesce a raggiungere la frontiera sovietica.

Qui gli ebrei si imbattono in un gruppo di zingari che, minacciati anche loro di sterminio dalle belve naziste, hanno avuto la stessa idea degli ebrei e si sono travestiti da deportatori e da deportati per potersene andare… in India. A questo punto ebrei e zingari fraternizzano e viaggiano insieme sul medesimo treno, finché arrivano tutti (o quasi) a destinazione.

La storia, in sé, è una vera e propria farsa, condita col tipico umorismo di un cabaret jiddish; si è detto, d’altronde, chi è l’autore dei dialoghi. Tra le profonde riflessioni teologiche, affidate per lo più allo scemo del villaggio, ci limitiamo a citare questo capolavoro di dottrina: “Che importanza ha che Dio ci sia o non ci sia? Ci siamo mai chiesti se esiste l’Uomo?” A parte i witz di questo genere, lo spettatore ricava alcuni messaggi di tipo storico-politico; uno dei quali consiste nella già riferita tesi sionista circa la Palestina.

Ma il messaggio principale che la storia intende trasmettere riguarda la deportazione degli zingari e degli ebrei della Romania ad opera dell’esercito tedesco.

Ora, per quanto riguarda gli zingari, alcuni anni fa avemmo il modo di intervistare, nella sua “cancelleria” di Bucarest, Sua Maestà Ion Cioaba I, al quale è succeduto il figlio Florin, attualmente assiso sul trono zingaresco. Ebbene, il vecchio Ion Cioaba, che aveva rappresentato gli zingari presso una commissione dell’ONU, dichiarò che i suoi sudditi dovevano ringraziare Antonescu se non erano stati internati nei campi di concentramento tedeschi, perché il Conducator li aveva arruolati per il lavoro coatto, mandandoli a costruire fortificazioni sul fronte orientale.

Quanto agli ebrei, vale la pena di riferirsi ad una fonte non certo sospettabile di velleità “negazioniste”: l’ebreo di Romania Radu Ioanid, direttore del Registro Nazionale dei Sopravvissuti dell’Olocausto. Da un’intervista che Radu Ioanid ha accordata a un giornalista ebreo, Andrei Cornea, e che è stata pubblicata sul n. 6 (9-15 febbraio 1994) del periodico in lingua romena “22” (finanziato dalla Fondazione Soros), risulta una situazione molto diversa da quella che Train de vie vorrebbe suggerire. Secondo Ioanid, sotto il governo di Antonescu “gli ebrei furono mandati in distaccamenti esterni di lavoro, furono privati di ogni diritto civile, furono depredati e spesso maltrattati, deportati da una zona all’altra, ma non furono sistematicamente sterminati”. Ebbero luogo alcuni pogrom, tra i quali quello descritto da Malaparte in Kaputt, ma si trattò delle azioni spontanee di una popolazione esasperata da decenni di sfruttamento. In ogni caso, nel periodo della dittatura di Antonescu i tedeschi non effettuarono deportazioni di ebrei dai territori dello Stato romeno.

Il film di Mihaileanu, che ci mostra una Romania nella quale l’unico esercito esistente è quello tedesco, insiste dunque su una menzogna che da alcuni anni a questa parte viene diffusa a vari livelli allo scopo di esercitare un ricatto nei confronti della Romania. Infatti alcuni anni fa gli ambienti sionisti presentarono al governo di Ion Iliescu una salata richiesta di riparazioni di guerra, rivendicando il 60% dei beni immobiliari dei grandi centri urbani! Simultaneamente, un gruppo di parlamentari del Congresso statunitense ingiunse al presidente della Romania di dichiarare Antonescu “criminale di guerra”.

20/10/2005


Da: http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=2&id_news=95



Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. olocausto truffa

permalink | inviato da waa359 il 7/6/2009 alle 12:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 giugno 2009
Autodifesa dalla truffa
 




Gli studenti " DEPORTATI " al lager di Auschwitz si difendono dall'OLOCAUSTICO  LAVAGGIO del cervello  ascoltando in cuffia qualsiasi altra "cosa"!

Mala tempora currunt per i salariati olopropagandisti sterminazionisti!




permalink | inviato da waa359 il 6/6/2009 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 giugno 2009
olotruffa


Olotruffa mediatica



permalink | inviato da waa359 il 6/6/2009 alle 14:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
CULTURA
3 giugno 2009
Prova

non si lamentano feriti!

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. olocausto

permalink | inviato da waa359 il 3/6/2009 alle 22:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
  

Rubriche
Link
Cerca

Feed

Feed RSS di questo 

blog Reader
Feed ATOM di questo 

blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 6418 volte




IL CANNOCCHIALE